A margine di un recente articolo pubblicato su questo giornale, sono emerse diversificate opinioni sull’esatta determinazione storica, sull’entità geografica e quindi sulla identificazione istituzionale del Regno di Sicilia e dei suoi fondamenti storici e giuridici, in contrapposizione alla definizione del Regno delle due Sicilie. E’ stato sostenuto che nessuna differenza giuridica sussiste, tra la situazione creatasi dopo il Congresso di Vienna e quella precedente, ed è stata evocata la “rinascita” di un Regno, mettendo in dubbio che con la riforma istituzionale del 1816, Ferdinando unificando i Regni di Napoli e di Sicilia, abbia dato vita ad un nuovo originale Stato e contemporaneamente soppresso definitivamente la plurisecolare Corona Siciliana. La storia dell’Isola è estremamente complessa e pertanto affronteremo molto superficialmente gli avvenimenti politici e militari, concentrando l’attenzione sulle vicende dinastiche che da questi esitano, per ripercorrere l’evoluzione istituzionale della Corona di Sicilia dall’XI al XIX Secolo. Cercheremo anche di delineare i possibili motivi che hanno portato alla denominazione di “Regno delle due Sicilie”, che può risultare concettualmente equivoca in quanto non supportata dall’esistenza di una parallela entità geografica. I Normanni fondano il Regno Nel periodo Normanno, ovvero nell’XI Secolo, le vicende storiche determinano la formazione di due Contee diverse e con linee dinastiche distinte, ma parallele perché appartenenti ambedue alla nobile Casa di Altavilla: da una parte i Conti di Sicilia e dall’altra i Conti di Puglia e Calabria (qui i riferimenti sono anche nettamente geografici). Nel 1127, prima dell’investitura di Ruggero II quale Re di Sicilia, la Contea di Puglia e Calabria era stata di fatto annessa alla Contea di Sicilia. Infatti il cugino di Ruggero II, Guglielmo, figlio di Ruggiero Borsa, era morto senza che la consorte duchessa Gaitelgrime gli avesse dato una discendenza. Pertanto nel 1130, quando Ruggero II diventa re di Sicilia per investitura dell’Antipapa Anacleto II, poi confermata da Papa Innocenzo II (ed accettata dai principali feudatari), diviene Sovrano non solo dell’Isola, ma anche dei territori normanni dell’ex Contea di Puglia e Calabria, che già deteneva in unione personale. La neo costituita corona, prende il nome di Regno di Sicilia dall’Isola, ma comprende da subito anche le dette regioni meridionali della Penisola, che per la loro condizione di addentellate del regno, pur geograficamente fuori dell’Isola, vengono indicate come Sicilia citra. Ruggero II completa la conquista del Mezzogiorno e forma un Regno che come vedremo, con alterne vicende, durerà sette Secoli. Questa la linea dinastica dei Normanni Altavilla di Sicilia Ruggero II 1130 – 1154 Guglielmo I detto il malo 1155 - 1166 Guglielmo II detto il buono 1166 - 1189 Tancredi 1189 - 1194 Guglielmo III - 1194 Costanza di Altavilla (Reggente) 1194 – 1198 Costanza sposò Enrico VI di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero (figlio di Federico Barbarossa) che riuscì a spodestare il legittimo Re Guglielmo III, figlio del Re Tancredi. Costanza rimase vedova nel 1197 e regnò in nome del figlio Federico II. Ha origine da Costanza ed Enrico VI, la dinastia Sveva degli Hohenstaufen Re di Sicilia. Questa è la loro linea dinastica: Enrico VI 1194 - 1197 Federico II (o Federico I di Sicilia) 1198 – 1250 Corrado 1250 – 1254 Corradino di Svevia 1254 – 1258 (vedi anche 1267 - 1268) Manfredi 1258 – 1266 (figlio naturale di Federico II) Corradino di Svevia 1267 – 1268 Con la decapitazione di Corradino, si esaurisce la discendenza siciliana degli Hohenstaufen di Svevia. Specificità della corona di Sicilia: Il Parlamento Normanno Federiciano Per delineare i caratteri peculiari che identificano la Corona dell’Isola, e quindi determinarne i contorni storici, è necessario soffermarsi su alcune sue specifiche istituzioni e sui poteri da queste espressi, la cui sussistenza nel tempo, sia pure con lunghi intervalli di funzionamento, è connaturale alla continuità storica del Regno. Elemento distintivo e di essenziale qualificazione giuridica della Corona dell’Isola, è l’istituzione di un Parlamento, tra i più antichi del mondo. Si ritiene che un Parlamento siciliano sia stato convocato per la prima volta da Ruggero I a Mazara nel 1097. Anche nei secoli successivi, non venne identificata per esso una sede stabile, infatti è stato convocato in diverse città del Regno, quali Salerno, Catania, Taormina, Lecce, Palermo etc., secondo le necessità contingenti. Questa Istituzione, antesignana dei valori di una forma di condivisione delle responsabilità di Governo tra il Monarca ed i tre stati (in Sicilia Bracci) della società, anticipa l’enucleazione dei principi democratici di partecipazione, riconoscibili nei moderni ordinamenti. Il Parlamento Siciliano esercitava un’insieme di funzioni “istituzionali” (ampliate da Federico II) tra le quali alcune di tipo confermativo; tra le sue facoltà vi era quella di presentare le ”suppliche” al Sovrano, influenzando in questo modo le decisioni della corte. Esso deteneva inoltre la non secondaria funzione di approvare il “donativo” ovvero il bilancio dell’epoca e, per il tramite della Deputazione del Regno, vigilava sulla riscossione o “levata” delle tasse. Nel Parlamento erano rappresentati i tre “Bracci”, ovvero quello Feudale dei nobili, l’Ecclesiastico degli arcivescovi, vescovi ed abati ed il Demaniale costituito dai rappresentanti delle 42 città regie della Sicilia. Il Parlamento veniva convocato dal Re e tra le sue funzioni principali vi era la difesa dell'integrità della Sicilia: questa funzione era ritenuta preminente anche nei confronti della sovranità del Monarca, la cui attività politica era sostanzialmente sottoposta all’approvazione di questa istituzione. Risulta evidente il carattere distintivo ed originale, se non l’unicità, che assume l’esistenza in Sicilia di una Monarchia, la cui sovranità è da una parte sostenuta e dall’altra limitata e controllata, da un Organo Parlamentare dotato di tali incisivi poteri. La ricerca e la realizzazione di questo sistema di equilibri istituzionali, costituisce certamente uno dei nuclei primordiali, dai quali derivano alcune delle contemporanee Istituzioni democratiche. E’ opinione condivisibile che lo Stato moderno sia nato in Sicilia in epoca normanna. Nel 14° e 15° secolo, il Parlamento ebbe il potere di riconoscere la legittimità della Corona e della sua successione. Il Parlamento siciliano e la corona dell’Isola, alternando periodi di lustro e di oblio, attraverseranno sette Secoli. Un fatto unico: La Legazia Apostolica di Sicilia Altro elemento di specificità, anzi di sicura unicità, della Corona dell’Isola è l’istituzione della Legazia Apostolica, ovvero il fatto che il Re di Sicilia, assume contemporaneamente la veste di legato Apostolico ovvero rappresentante del Papa nel Regno, prerogativa ereditaria che la Corona siciliana non perderà mai e la cui ultima propaggine giungerà al re d’Italia come successore dei re normanni. La Legazia di Sicilia venne istituita nel 1096 da Papa Urbano II che inviò nell’Isola un proprio Legato, per la gestione del vasto latifondo posseduto dalla Chiesa, denominato patrimonium ecclesiae, e soprattutto per rappresentare il punto di riferimento delle chiese cattoliche fedeli a Roma, in contrapposizione a quelle subordinate al Patriarcato di Costantinopoli, in questo momento preponderanti. La politica degli Altavilla in Sicilia era orientata a favorire la Chiesa Bizantina e Ruggero I, per mantenere l'unità dei domini, aveva affidato ad essa il compito di rappresentare su parte del territorio, il potere della Corona. La scelta, squisitamente politica, era determinata dalla circostanza che i Canoni Bizantini prevedevano la possibilità di subordinare gli istituti ecclesiastici al sovrano cristiano. Per favorire la ricristianizzazione dell’Isola e garantire la sopravvivenza delle minoritarie comunità cristiane di osservanza Romana, a fronte della preponderanza delle comunità di rito bizantino, Urbano II allineandosi eccezionalmente alle regole bizantine, concesse a Ruggero I l'amministrazione delle diocesi cattoliche dell’Isola, fatto unico nella storia della Chiesa Romana, nominandolo Legato Apostolico pontificio per l’Isola. Papa Urbano II conferì a Ruggero prerogative veramente straordinarie: questi poteva creare nuove Diocesi e nominare vescovi attraverso l’"investitura laica", amministrare, raccogliere e conferire al Papa le rendite della Chiesa, ed aveva il diritto di approvazione sulle decisioni dei tribunali ecclesiastici: una facoltà di straordinaria rilevanza politica e sociale. Si tratta di un’eccezione nella storia della Chiesa di Roma, che per la prima volta concedeva questi poteri ad un sovrano laico. Il titolo ereditario di Legato Apostolico di Sicilia, venne prima attagliato a quello di Conte di Sicilia e in seguito alla formazione del Regno, a quello di Re di Sicilia. Giuridicamente, negli atti della Chiesa Romana, che si professava feudataria dell’Isola, la corona siciliana rimase sempre identificata come “Regia Monarchia di Sicilia”, anche se il titolo della sovranità sull'Isola è stato espresso nel tempo con diverse denominazioni. Angioini ed Aragonesi: la metamorfosi del Regno E’ verosimile che l’adozione di questa dicitura, che compare ora per la prima volta in un atto ufficiale della Chiesa, in alternativa dell’esatta denominazione della corona quale regno di Sicilia, derivi dal fatto che già Ruggero si fregiava del titolo di comes Calabriae et Siciliae citra farum, e che tale uso fu proprio di tutti i re normanni e svevi, per la necessità di distinguere geograficamente le due parti del Regno e contemporaneamente significarne l’estensione maggiore rispetto all’Isola. E’ legittimo chiedersi perché si avverte la necessità di adottare questa oggi apparentemente impropria, se non equivoca, dicitura geo-politica. Secondo l’ipotesi più accreditabile, questa investitura vuole sottolineare e precisare che si tratta del Regno normanno nella sua interezza, evidenziando che oltre al territorio dell’Isola, fa parte, non più di fatto ma anche di diritto, della Corona di Sicilia (non più per unione personale) anche la porzione continentale, ovvero l’ex contea di Puglia e Calabria ed i territori del napoletano. Carlo è il primo Re Angioino del Regno di Sicilia (che comprende le due Sicilie: insulare e peninsulare) e tale rimane di diritto dal 1266 al 1282, anche se dell’Isola non riuscirà mai a prendere sostanziale possesso. E’ noto infatti che i siciliani non accettarono di essere consegnati agli Angiò ed a seguito della rivolta nota come Vespri Siciliani, la Corona di Sicilia venne offerta a Pietro III d’Aragona, che la accetterà assumendo il titolo di Pietro I di Sicilia. Ma in linea di diritto, discendendo l’investitura al “trono di Sicilia” di Carlo d’Angiò dalla Santa Sede, unica legittimata a conferire questo titolo, quello angioino continentale è da considerare giuridicamente, in questa fase, il “vero e legittimo” Regno di Sicilia. Infatti nell’Isola gli aragonesi, per distinguere i due regni, saranno “costretti” ad adottare il nome di Regno di Trinacria (contemporaneamente all’altro di Regno di Sicilia ultra, che pure sopravvive). La vicenda del nomen iuris del Regno risulta complessa e non sempre vi è esatta corrispondenza tra le situazioni di fatto e quelle di diritto, anche per effetto degli avvenimenti successivi, che ripetutamente vedranno la provvisoria riunificazione dell’antica unità del Regno e quindi la ricostituzione di una linea di continuità, ma soprattutto a fronte della persistenza della Legazia Apostolica e del Parlamento nell’Isola, sia pure con lunghi periodi di quiescenza. In questa fase di lotta tra angioini ed aragonesi, avviene di fatto la scissione dell’antico Regno normanno, la cui parte continentale col nome di Sicilia Citra rimane sotto la sovranità angioina con capitale Napoli, mentre l’Isola resta in mano agli Aragonesi. Nasce il Regno di Trinacria Constatato sul campo un equilibrio militare, la nuova situazione verrà consolidata in diritto con la Pace di Caltabellotta stipulata nel 1302, e poi con quella di Catania firmata tra il duca Giovanni d’Aragona quale tutore di Ludovico di Sicilia, e la regina Giovanna d’Angiò, l’8 novembre del 1347, nel castello Ursino. I Re Angioini conservano il titolo di Re di Sicilia (citra), mentre gli Aragonesi assumono appunto la denominazione di Re di Trinacria (o Sicilia ultra). Paradossalmente in questo periodo il Regno di Sicilia non comprende l’Isola da cui trae nome e origine: una metamorfosi reversibile, come vedremo. Nell’Isola nasce quindi in questo momento un nuovo Stato, una nuova dinastia e un nuovo Regno i cui confini questa volta corrispondono a quelli geografici dell’Isola. La legittimazione della creazione del nuovo Regno di Sicilia, avviene con l’assenso determinante ed essenziale del Papa, che è l’unico soggetto titolato a costituire la “nuova” corona dell’isola e ribadiamo, solo di questa. La volontà della Santa Sede era stata infatti chiaramente espressa e l’insistenza sul fatto che gli aragonesi assumessero il titolo di re di Trinacria (e non di Sicilia ultra), non lascia dubbi circa l’effettiva volontà di creare un regno ex novo. Dall’antico regno normanno, prendono vita due nuovi soggetti giuridici ed istituzionali, due Stati, dei quali paradossalmente quello angioino che legittimamente conserva il nome di Sicilia, non comprende più l’Isola. Come sopra accennato, gli aragonesi, anche alla luce della chiara posizione delineata dalla Santa Sede, avrebbero dovuto assumere il titolo di Re di Trinacria. Ma di fatto essi negli atti ufficiali continuarono a dichiararsi non solo Rex Siciliae (e non re di Trinacria, come giuridicamente stabilito) ma anche duchi di Puglia e principi di Capua. Di contro a Napoli Carlo II d’Angiò, continuava ad aggiungere ai titoli posseduti, anche quello di Rex Siciliae. Sullo sfondo di questa “guerra dei titoli”, vi era il fatto, più o meno apertamente dichiarato, che entrambe le Corone continuavano a rivendicare comunque l’antico titolo di re di Sicilia (insulare e peninsulare o di re delle due Sicilie). Quale dei due regni debba essere poi considerato l’erede del regno normanno, è questione complessa e che in questa sede non affronteremo perché estranea al nostro obiettivo. Ma è certo che giuridicamente e istituzionalmente, da questo momento, l’indicazione “Regno delle due Sicilie” sarà utilizzata impropriamente (fino al 1816), perché i Regni in realtà sono diventati indiscutibilmente due. Nel tempo l’utilizzo di questa formula assumerà un provvisorio significato reale, quanto equivoco, solo in quei momenti in cui i due Regni si troveranno incidentalmente uniti sotto lo stesso Monarca, pur sempre mantenendo la loro singolarità, puntualmente ripristinata. Dal 1282 e fino al 1442, la situazione dinastica della corona dell’Isola di Sicilia, è la seguente: Re di Sicilia (Isola) Aragonesi (meglio di Trinacria) Pietro I di Sicilia (III d’Aragona) 1282 – 1285 Giacomo I (il Giusto) 1285 – 1295 Federico II (III per parte di madre discendente Hohenstaufen) 1296 – 1337 Pietro II 1337 – 1341 Ludovico il fanciullo (impropriamente detto Luigi di Sicilia) 1341 – 1355 Federico III d’Aragona (o IV) 1355 – 1377 Maria 1377 – 1401 Martino I (il giovane) 1392 – 1409 Martino II (il vecchio padre di Martino I) 1409 – 1410. Martino II muore senza eredi legittimi diretti. Reggenza di Bianca di Navarra 1410 1411 Alfonso il Magnanimo 1416 – 1458 Unioni e separazioni dei due regni di Sicilia In questo modo si alimenta ancora l’equivoca entità del non esistente “regno delle due Sicilie”, perché ancora una volta “i due regni di Sicilia” appaiono uniti in un solo Regno, ma è in realtà un’unione personale, che infatti da lì a poco avrà fine. Alfonso non fonda un nuovo regno ed infatti per unificare le corone e dare fondamento giuridico dinastico al suo Regno unito, pone in essere uno stratagemma: si fa adottare dalla Regina Giovanna II di Napoli, e questo atto conferma inequivocabilmente che si tratta di una unione personale. Coerentemente a quanto sopra, nello stemma del Regno vengono mantenute contemporaneamente le insegne degli Aragonesi e degli Angioini. Nei periodi di “Regno unito”, permane sempre una nettissima distinzione tra i due regni: dinastica, territoriale, amministrativa ed istituzionale: è fuori discussione che tutti i monarchi che si sono dichiarati “Rex utriusque Siciliane” intendevano definirsi re della Sicilia di Napoli e della Sicilia di Palermo (ex Trinacria), non certo di una inesistente regione geografica denominata “due Sicilie” o di un altrettanto inesistente regno dallo stesso nome. La conferma di quanto sopra affermato la ritroviamo alla morte di Alfonso nel 1458, quando per testamento lascia, Napoli e la corona Angioina al suo figlio naturale, mentre la corona di Aragona e la Sicilia vanno al fratello. I Regni, ormai esattamente identificati e passati ora ambedue sotto il controllo della dinastia Aragonese, si separano nuovamente dopo una breve parentesi. Sono titolari della corona dell’Isola: Giovanni I 1458 – 1479 Ferdinando II d’Aragona il Cattolico 1479 – 1504 Quest’ultimo nel 1504 spodesta il cugino Federico dal Trono di Napoli e riunifica temporaneamente, ancora una volta, le due corone di Palermo e Napoli. Ferdinando il Cattolico regnerà sulle “due Sicilie” (i due Regni di Sicilia), tenuti ancora una volta in unione personale, dal 1504 al 1516. Soppressione dell’antico regno normanno di Sicilia continentale: i Vicere In seguito agli eventi bellici che interessarono tutta l’Italia, la Francia e la Spagna, l'11 novembre del 1500 l’antico titolo di rex Siciliae (intendendosi quello ex normanno ed ex angioino e non già quello relativo alla corona dell’Isola, ex Trinacria, che si perpetua) viene dichiarato formalmente decaduto dal papa Alessandro VI e unito alla corona d'Aragona dando luogo al Regno di Napoli. Siamo così arrivati al periodo spagnolo: i due Regni di Napoli e di Sicilia continuano a sussistere nelle loro singolarità istituzionali, benché associati alla stessa corona. Infatti essi sono in questa fase uniti a corone e dinastie continentali, che spesso con equivoca dizione, anche in atti ufficiali, si proclamano Re del Regno delle due Sicilie, piuttosto che Re dei due Regni di Sicilia (o meglio di Sicilia e Napoli). Nel periodo spagnolo, l’amministrazione dei due Regni e le rappresentanza della corona, viene affidata a Viceré diversi con sede a Napoli e Palermo. In questa fase i regnanti aggiungono al loro nome proprio dinastico principale, i due numeri dinastici di competenza per i due diversi Regni di Napoli e di Sicilia, che essi detengono in unione personale. La conservazione degli ordinali dinastici diversificati per Napoli e Palermo, comprova la permanenza di diritto delle due Corone, seppur di fatto tenute da un'unica dinastia. Ancora nel 1655, Carlo II di Spagna non omette di evidenziare tra i suoi titoli, di essere anche Carlo III di Sicilia e Carlo V di Napoli. Ulteriore conferma della continuità della Corona siciliana nel periodo vice regio spagnolo, si trova nella circostanza che con la pace di Utrecht del 1713, l’Isola con titolo e dignità di Regno, venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, quale compenso per la sua partecipazione al grande conflitto europeo, innescato dalla problematica successione al trono di Spagna. Ripercorriamo la successione al trono delle due Corone, con l’avvertenza che la numerazione dei sovrani, fa riferimento a quella propria principale del Casato di appartenenza: indichiamo tra parentesi quella specifica e diversificata, siciliana e napoletana, fatto che rappresenta, come detto, la comprova della persistenza, di diritto, dei due distinti Regni. Dinastia Asburgo di Spagna - Re di Napoli e Re di Sicilia Carlo I (titolato anche Carlo II di Sicilia e Carlo IV di Napoli) 1516 - 1554 Filippo II (titolato anche Filippo I di Sicilia e Napoli) 1554 - 1598 Filippo III (titolato anche Filippo II di Sicilia e Napoli) 1598 - 1621 Filippo IV (titolato anche Filippo III di Sicilia e Napoli) 1621 – 1655 Carlo II (Carlo III di Sicilia e Carlo V di Napoli) 1655 – 1700 Dinastia Borbone di Spagna - Re di Napoli e Re di Sicilia Filippo V 1700 – 1713 Dinastia Savoia - Re di Sicilia (solo Corona dell’Isola) Vittorio Amedeo II 1713 – 1720 Dinastia degli Asburgo d’Austria - Re di Napoli e Re di Sicilia Carlo VI, 1713 – 1734 (dal 1720 anche Re di Sicilia Isola dopo che i Savoia avevano fatto il cambio, lasciando la Sicilia agli Asburgo e prendendo la Sardegna). Dinastia dei Borboni Re di Napoli e Re di Sicilia Carlo (VII) 1734 - 1759 Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia 1759 – 1815 L'epopea napoleonica Parentesi napoleonica. Nel 1808 Gioacchino Murat, nonostante l’Isola fosse di fatto sotto il governo Borbone, fu incoronato da Napoleone col nome di Gioacchino Napoleone, re delle Due Sicilie, riesumando un titolo non rispondente ad alcuna realtà geopolitica. Infatti Ferdinando che aveva perso il Regno di Napoli occupato dai napoleonici, si era rifugiato in Sicilia, a Palermo, dove regna fino al Congresso di Vienna. Il Congresso di Vienna e la Restaurazione Ferdinando torna dunque a Napoli e con la Legge dell’8 Dicembre 1816 unifica i regni con la “nuova” e non più equivoca denominazione di Regno delle due Sicilie: un nuovo originale Regno con un diverso ordinamento istituzionale, il cui nome assume ora un diverso significato. La lettura dei primi articoli del Decreto è illuminante ed elimina ogni residuo dubbio, sul vero significato attribuito anteriormente al 1816 alla dicitura “regno delle due Sicilie”, invero utilizzato al posto dell’esatto “dei due regni di Sicilia”. Infatti noteremo nel testo che Ferdinando in intestazione si proclama re “delle due Sicilie”, afferma immediatamente sotto, di essere stato riconosciuto dal congresso “re del regno delle due Sicilie” e subito dopo, unifica tutti i possedimenti col nome di “Regno delle due Sicilie”. Questo il testo: “Ferdinando IV, per la grazia di Dio re delle Due Sicilie, di Gerusalemme, etc….” “Il congresso di Vienna nell’atto solenne a cui deve l’Europa il ristabilimento della giustizia e della pace, confermando la legittimità dei diritti della corona, ha riconosciuto noi ed i nostri eredi, Re del regno delle due Sicilie. Ratificato tale atto da tutte le Potenze, volendo noi per quanto ci riguarda mandarlo pienamente ad effetto, abbiamo determinato di ordinare e costituire per legge stabile e perpetua, dei nostri Stati, le disposizioni seguenti: Art. 1 – Tutti i nostri domini, al di qua e al di la del faro, costituiranno il Regno delle Due Sicilie. Art. 2 – Il titolo che Noi assumiamo fin dal momento della pubblicazione della presente legge è il seguente: Ferdinando I, per la Grazia di Dio Re del regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, etc etc”. Il nuovo Regno delle Due Sicilie Per sottolineare la diversità giuridica e l’originalità del nuovo Regno nei confronti del Regno di Sicilia, il Sovrano che è per ordine dinastico IV di Napoli e III di Sicilia, fonda una nuova dinasta ed assume appunto il titolo di Ferdinando I, Re del Regno delle due Sicilie, sul quale regnerà fino alla sua morte nel 1825. Conseguenza diretta e simbolo stesso della soppressione dell’antico “Regno di Sicilia”, fu l’abolizione della Costituzione promulgata nel 1812 dallo stesso Ferdinando a Palermo, e sopratutto l’abolizione del Parlamento Siciliano, simbolo della secolare indipendenza politica e amministrativa e della singolarità istituzionale dell’Isola. Nel 1816, con la fine del Regno di Sicilia, Palermo perde tutte le sedi amministrative centrali, tutte le sue prerogative di Capitale di un Regno, anche se l’autonomia amministrativa dell’Isola e la sua specificità storica permane e non verrà mai meno, come testimonia la sussistenza di ministero per gli affari di Sicilia, una diversa moneta, alcune Luogotenenze reali, un sistema metrico e di misura diverso, un’amministrazione postale separata. Il Regno delle due Sicilie che si realizza nel 1816, non può essere considerato giuridicamente e storicamente, la continuazione del regno di Sicilia a causa della soppressione dei suoi elementi giuridici distintivi e peculiari, primo fra tutti l’antico Parlamento dell’Isola. Dopo sette Secoli, con la legge del 1816 viene dunque soppressa la Corona di Sicilia che cinse il capo di Ruggero II.
assolutamente vero ! ANTUDO Svegliamoci !!!!!!!1
LA COLPA E' SEMPRE DEGLI ALTRI
faccio una domanda: come mai i siciliani non conoscono la storia della loro terra?
meditate...
Forse perchè non la insegnano a scuola ????????????????????????????????????
la ragione è che siamo una colonia dello stato italiano
assolutamente vero ! ANTUDO Svegliamoci !!!!!!!1
I Napolitani si sentirono offesi di essere chiamati Siciliani! i Siciliani si sentirono sottomessi nel vedere cancellata la gloriosa capitale,il parlamento secolare la proibizione della bandiera ecc... Quindi cari Filo-Borbonici,é inutile che ci sperate non riavrete mai la Sicilia! un giorno ci libereremo dell'Italia,e a Reggio Calabria troverete la frontiera! Per entrare in Sicilia sia vopi che gli italiani avrete bisogno del passaporto! Noi non siamo Napolitani,ne Duo-Siciliani ne tanto meno italiani! Esiste solo una Sicilia ed appartiene a noi Siciliani! Sicilia libera da TUTTO E TUTTI!
Sicilia Nazzioni,Palermu Capitali! ANTUDO!!!
Sintesi eccellente di espressiva concettualità storica: ottimo strumento di tecnica storiografica, che apre la porta a tanti utilissimi approfondimenti.
Complimenti
Il copmmento è chiaramente riferito ad altro articolo. non c'è bisogno di scherzarci su o di prendere lo scherzo altrui per cosa seria.
neoborbonici (sostanzialmente il 95%di essi proviene da napoli ci sara un motivo no?) il vostro bel ferdinando terzo di sicilia e quarto di napoli fece una porcata bella e buona a promettere dapprima la costituzione e poi la sottomissione dei siciliani ai napoletani allo stato quo ante 1282...cioè nel regno di carlo d'angiò che fece scoppiare il vespro
sicilia e napolitania sono rimasti 2 stati separati per quasi 600 anni...i borbone annullarono la nazione siciliana, il parlamento, palermo da gloriosa capitale fu trasformata in un semplice capovallo...bombardarono messina nel 1848...questa è storia e voi non la cambierete....semu siciliani no napulitani!!!!!
in futuro la sicilia sara nazione con palermo capitale....e voi a reggio trovate la frontiera...alla larga sciò sciò neoborbonici sciò sciò napulitani sciò sciò
SICILIA INDIPENDENTE ANTUDOOOOOOOOOOO
consiglio a chi fosse appasionato all'argomento di leggere un testo che parla della sicilia dall'arrivo dei normanni fino agli angioini e agli aragonesi."I regni del mediterraneo d'occidente" edito da la terza, per chi voglia apprafondire l'argomento.
quindi ruggero II, costanza, guglielmo il buono, guglielmo il malo, federico II, manfredi, pietro II, federico III, ludovico, federico IV, non erano siciliani?
lei la storia la conosce proprio bene!
Il copmmento è chiaramente riferito ad altro articolo. non c'è bisogno di scherzarci su o di prendere lo scherzo altrui per cosa seria.
quindi ruggero II, costanza, guglielmo il buono, guglielmo il malo, federico II, manfredi, pietro II, federico III, ludovico, federico IV, non erano siciliani?
lei la storia la conosce proprio bene!
Guardi che era una battuta.
O Lei ha sbagliato l'articolo da commentare, o vuole dire che i normanni sono subito diventati siciliani. Conosco a Monreale molti individui alti e biondi che sembrano proprio dei normanni.
quindi ruggero II, costanza, guglielmo il buono, guglielmo il malo, federico II, manfredi, pietro II, federico III, ludovico, federico IV, non erano siciliani?
lei la storia la conosce proprio bene!
io penso che già dopo una generazione di emigranti, i figli possano ritenersi del posto, no?
O Lei ha sbagliato l'articolo da commentare, o vuole dire che i normanni sono subito diventati siciliani. Conosco a Monreale molti individui alti e biondi che sembrano proprio dei normanni.
Grande articolo chiarificatore, argomentato in modo eccellente. Concordo pienamente: un paradosso ma la Sicilia pur non esprimendo mai una dinastia propria isolana, è stato veramente e giuridicamente un regno autonomo, una superba corona.
L. Modica
io penso che già dopo una generazione di emigranti, i figli possano ritenersi del posto, no?
Grande articolo chiarificatore, argomentato in modo eccellente. Concordo pienamente: un paradosso ma la Sicilia pur non esprimendo mai una dinastia propria isolana, è stato veramente e giuridicamente un regno autonomo, una superba corona.
L. Modica
In fin dei conti o Borboni o Savoia, o Dttatura o Repubblica, purtroppo per la Sicilia non è cambiato molto
Mi consenta: non è questo il punto. Da quanto è scriito si evince che l'Isola di Sicilia è stato un regno a se stante dal 1302 al 1815. Prima Normanno e poi Aragonese e mai Angioino. Cerchiamo di non banalizzare anche la storia con commenti generici e qualunquisti.
In fin dei conti o Borboni o Savoia, o Dttatura o Repubblica, purtroppo per la Sicilia non è cambiato molto
Asserire che uno Stato è la continuazione di un altro perché ne ripete i confini, è un bestemmione storico.
L'affermazione: "Ciò che contraddistingue una nazione è la delimitazione dei suoi territori, mica la sua politica." è quanto di più lontano possa esistere dalla storia dell'umanità e delle Istituzioni mondiali.
Ciò che contraddistingue una nazione o meglio uno Stato, è il suo fondamento giuridico e le sue peculiari istituzioni, il suo popolo ed il suo territorio, anche se ci sono stati esempi di Stati senza territorio.
Comunque gli Stati esistono a prescindere dai confini che hanno nel tempo, in relazione alla loro legittimazione e riconoscimento internazionale. E non esistono più anche se un'altra entità possiede lo stesso territorio.
La posizione dei neo borbonici è insostenibile perché anti storica. Lo stesso Ferdinando si rivolgeva ai suoi sudditi di Sicilia e di Napoli, dicendo "i miei popoli", due come le sicilie, due come i Regni che aveva unificato nel 1816.
Tutto il resto è irrilevante: innamorarsi di un'idea non può cambiare la realtà della storia.
Signore,
non mi pare che qui qualcuno stia dicendo che il Regno delle Due Sicilie costituito nel 1816, è più vecchio del 1816.
Semmai si dice che il Regno delle Due Sicilie rappresenta la continuità storica dell'originale Regno di Sicilia, i cui padri fondatori sono i normanni e gli svevi, e che aveva infatti la stessa estensione del Regno delle Due Sicilie.
E' stata infatti detta una cosa incontrovertibile: il Regno di Sicilia originale ha i suoi confini in Abruzzo ed a quello e solo a quello è ispirato il Regno delle Due Sicilie.
Ciò che contraddistingue una nazione è la delimitazione dei suoi territori, mica la sua politica.
Seguendo il suo ragionamento, è come se dicesse che l'Italia cambi forma a seconda se salgono al potere i comunisti o i democristiani.
La invito approfondire bene prima la storia del Regno delle Due Sicilie prima di criticarla, ma le farò un solo appunto:
Ferdinando II non bombardò mai Messina, questa è un'altra bufala risorgimentale (che è stata peraltro già smentita); non lo dico io ma è scritto nei verbali di una delle sedute del Parlamento Siciliano, oltre che nei diari dei soldati presenti nel '48 a Messina. Invece sono poco noti i saccheggi effettuati nella Città dello Stretto dai mercenari stranieri che per la rivoluzione del '48 erano stati impiegati a migliaia, a spese delle argenterie delle chiese e dell'erario siciliano. La Sicilia che fino al 1848 era l'unica in Europa a non avere debito pubblico, dopo il 1848 fu costretta ad aprire un Gran Libro.
Asserire che uno Stato è la continuazione di un altro perché ne ripete i confini, è un bestemmione storico.
Devo confessare una certa piacevole sorpresa, nel constatare quanto questi temi coinvolgono i cittadini. E altresì noto con grande piacere la profondità culturale di tanti partecipanti a questo erudito blogg.
Non mettevo certo in dubbio l'amore così profondo e colto dei siciliani per la loro terra, e devo dire che mi stupisce che un popolo così complesso e sofisticato, possa soggiacere a certi fenomeni criminali.
Resta per me un misterioso il perchè di tanti problemi politici sociali drammaticamente irrisolti, in una Nazione così ricca di intelligenze e di uomini versati nella storia, la filosofia, le lettere e le scienze.
Un saluto a tutti gli uomini di buona volontà
la ragione è che siamo una colonia dello stato italiano
Devo confessare una certa piacevole sorpresa, nel constatare quanto questi temi coinvolgono i cittadini. E altresì noto con grande piacere la profondità culturale di tanti partecipanti a questo erudito blogg.
Non mettevo certo in dubbio l'amore così profondo e colto dei siciliani per la loro terra, e devo dire che mi stupisce che un popolo così complesso e sofisticato, possa soggiacere a certi fenomeni criminali.
Resta per me un misterioso il perchè di tanti problemi politici sociali drammaticamente irrisolti, in una Nazione così ricca di intelligenze e di uomini versati nella storia, la filosofia, le lettere e le scienze.
Un saluto a tutti gli uomini di buona volontà
Come contributo al dibattito sulla continuità tra il Regno del 1848 e il vecchio Regnum nato dalla monarchia normanna e poi dal Vespro:
Le continuità sono sempre ideali, perché fattualmente i due regimi sono separati dal tempo. Ma la continuità ideale c'è e non va sottovalutata.
Dal discorso inaugurale di Ruggero Settimo al General Parlamento (M. Ganci, Il 1848 e la Costituzione del 12 gennaio, 1995, pp. 65 et ss.):
"...Oggi si aduna per la prima volta, dopo 33 anni, il General Parlamento Siciliano, disperso dalla violenza di un potere usurpatore;...
...la Sicilia non avrebbe posato le armi, se non quando riunita in General Parlamento in Palermo , avesse adattato ai tempi la Costituzione, che per tanti secoli avea posseduto, che, riformata nel 1812 sotto l'influenza della Gran Bretagna, non si era mai osato di toglierle apertamente...
E' superfluo il dire che non potendosi seguire strettamente lo Statuto del 1812, poiché è tanto mutata la Sicilia e il mondo, il Comitato [quello rivoluzionario istituito nell'attesa che si convocasse quel Parlamento in cui Settimo pronunciava il discorso, nostra nota] deliberò quei novelli ordini che ognun conosce...
...Il Comitato, innanzi che si sciolga, eserciterà un ultimo atto di quel potere esecutivo che la Costituzione del 1812 riconosce nello Stato..."
Insomma era chiaro il tentativo di salvare l'idea di una continuità istituzionale (a differenza di quanto sarebbe accaduto dopo l'invasione garibaldina). Ovviamente poi nei fatti il nuovo regime era un'altra cosa, nato com'era da una Rivoluzione.
Ma è sempre così. Qui la continuità è relativamente stretta, altrove piuttosto blanda ed ideale.
Anche il vecchio Regno (1282-1816) nei fatti era nato dalla Rivoluzione e Guerra del Vespro e solo idealmente dalla vecchia monarchia della dinastia normanna e sveva interrotta per sempre con la morte di Manfredi.
Ogni volta che un nuovo regime si instaura cerca legittimazioni nel passato utile più vicino.
Abbiamo la preziosa testimonianza di Nilos Doxopatris (siculo-greco alla corte di Ruggero II, che non scriveva nulla che non piacesse al sovrano) in cui si giustifica l'istituzione del Regno di Sicilia con la sua esistenza nell'Antichità, prima che l'Impero trasformasse il Regno in Provincia: chiara l'allusione ad Agatocle e Ierone II. Quindi negli ambienti ruggeriani si vagheggiava la costituzione del Regno di Sicilia non come una "novità istituzionale" bensì come una formale "restaurazione". Troppo ovvio per noi dire che in realtà, dopo 1000 anni, la Sicilia era completamente diversa. Ma la continuità ideale rimane, mentre quella vera, concreta, con la Gran Contea del padre o con l'Emirato preesistente, viene prudentemente occultata.
E sempre così: perché mai nel 1946 il Parlamento dell'Autonomia scelse come sede il Palazzo Reale mentre per il "consiglio" della Lombardia si è scelto il "Pirellone"? Per una ragione altrettanto ovvia. Idealmente l'Assemblea è il nuovo Parlamento di Sicilia, ma ne è anche la Restaurazione, la ricostituzione di un organo che aveva per secoli rappresentato la Nazione Siciliana.
Nuàutri semu un Pòpulu pi sempri.
Massimo Costa
Devo dirle egregio Direttore, che questa pagina, da qualche mese a questa parte, è davvero pregevole, se non preziosa.
Saluti
Ottimo: complimenti, veramente interessante. Un esempio di come porgere la storia e renderla comprensibile.
E' un argomento in genere trattato in modo incomprensibile dai testi scolastici e non solo. Ottima la sintesi effettuata e l'approccio divulgativo. I complimentoi alla testata ed all'autore sono d'obbligo.
L'ho letto due volte e l'ho stampato; avvincente e sincretico. Complimenti.
E' un argomento in genere trattato in modo incomprensibile dai testi scolastici e non solo. Ottima la sintesi effettuata e l'approccio divulgativo. I complimentoi alla testata ed all'autore sono d'obbligo.
Dott. di bella, la ringrazio per la risposta; capisco gli spazi di un articolo on line; comunque, ritornando al discorso del 1848, il governo rivoluzionario era reggente per conto della corona (che doveva essere trovata) e poi la costituzione del 1848 parla chiaro...
Pregiatissimo Signore,
L’argomento che Lei introduce è molto interessante ma estremamente complesso, pertanto non si presta ad un semplice scambio di commenti. Consideriamo questo ulteriore spazio come sede di spunti e di brevissime riflessione.
Le rivoluzioni siciliane del 20-21, 48-49 e del 60, hanno in comune, paradossalmente, il loro carattere segnatamente monarchico: in nessuna di esse venne profilato un governo repubblicano dell’Isola, ma solo un cambiamento della monarchia.
Lei ha quindi ragione a richiamare le univoche decisione “pro monarchia” del Parlamento rivoluzionario Siciliano, il cui obiettivo era quello di un allargamento delle garanzie costituzionale con o, meglio, senza i Borbone … ma con i Savoia.
Ma questa programma istituzionale e costituzionale non si realizzò: per questo motivo Le dissi di non potersi, a mio avviso, ritenere il 1848, come un momento di ripristino del Regno di Sicilia (pre 1816), anche se questa era verosimilmente l’intenzione del Governo Nazionale di Ruggero Settimo.
Poiché la titolarità del Regno rimase di fatto vacante, come abbiamo ricordato, non è possibile avanzare queste conclusioni, pur dovendosi considerare questa esperienza, un momento di grande valenza storica e di affermazione di una voluntas nazionale dei siciliani.
A questo proposito è utile ricordare che la dichiarazione parlamentare delineava che il Governo nazionale dichiarasse in nome della nazione siciliana, agli altri Stati d'Italia, che la Sicilia già libera ed indipendente, intendeva ora fare “parte dell'unione e federazione italiana".
E così il 13 aprile decretava che la dinastia borbonica era decaduta dal trono dell’Isola, che la Sicilia si sarebbe governata costituzionalmente e che, dopo la riforma dello Statuto, sarebbe stato appunto chiamato sul trono un principe italiano.
La riforma costituzionale prevedeva inoltre che il Principe chiamato a Governale l’Isola non avrebbe potuto, sotto pena di immediata decadenza, regnare su altre nazioni.
Inoltre esplicitamente veniva stabilito che la sovranità risiedeva nell'universalità dei cittadini; che il potere legislativo apparteneva esclusivamente al Parlamento; “che il voto era universale; che al re era negata la facoltà di sciogliere o sospendere le assemblee e che i trattati non avevano effetto senza l'approvazione parlamentare".
Sappiamo quale fu la sorte di questa rivoluzione.
Cordiali Saluti
Giuseppe Di Bella
Dott. di bella, la ringrazio per la risposta; capisco gli spazi di un articolo on line; comunque, ritornando al discorso del 1848, il governo rivoluzionario era reggente per conto della corona (che doveva essere trovata) e poi la costituzione del 1848 parla chiaro...
Pregiatissimo Signore,
L’argomento che Lei introduce è molto interessante ma estremamente complesso, pertanto non si presta ad un semplice scambio di commenti. Consideriamo questo ulteriore spazio come sede di spunti e di brevissime riflessione.
Le rivoluzioni siciliane del 20-21, 48-49 e del 60, hanno in comune, paradossalmente, il loro carattere segnatamente monarchico: in nessuna di esse venne profilato un governo repubblicano dell’Isola, ma solo un cambiamento della monarchia.
Lei ha quindi ragione a richiamare le univoche decisione “pro monarchia” del Parlamento rivoluzionario Siciliano, il cui obiettivo era quello di un allargamento delle garanzie costituzionale con o, meglio, senza i Borbone … ma con i Savoia.
Ma questa programma istituzionale e costituzionale non si realizzò: per questo motivo Le dissi di non potersi, a mio avviso, ritenere il 1848, come un momento di ripristino del Regno di Sicilia (pre 1816), anche se questa era verosimilmente l’intenzione del Governo Nazionale di Ruggero Settimo.
Poiché la titolarità del Regno rimase di fatto vacante, come abbiamo ricordato, non è possibile avanzare queste conclusioni, pur dovendosi considerare questa esperienza, un momento di grande valenza storica e di affermazione di una voluntas nazionale dei siciliani.
A questo proposito è utile ricordare che la dichiarazione parlamentare delineava che il Governo nazionale dichiarasse in nome della nazione siciliana, agli altri Stati d'Italia, che la Sicilia già libera ed indipendente, intendeva ora fare “parte dell'unione e federazione italiana".
E così il 13 aprile decretava che la dinastia borbonica era decaduta dal trono dell’Isola, che la Sicilia si sarebbe governata costituzionalmente e che, dopo la riforma dello Statuto, sarebbe stato appunto chiamato sul trono un principe italiano.
La riforma costituzionale prevedeva inoltre che il Principe chiamato a Governale l’Isola non avrebbe potuto, sotto pena di immediata decadenza, regnare su altre nazioni.
Inoltre esplicitamente veniva stabilito che la sovranità risiedeva nell'universalità dei cittadini; che il potere legislativo apparteneva esclusivamente al Parlamento; “che il voto era universale; che al re era negata la facoltà di sciogliere o sospendere le assemblee e che i trattati non avevano effetto senza l'approvazione parlamentare".
Sappiamo quale fu la sorte di questa rivoluzione.
Pregiatissimo Signore,
Intanto la ringrazio per l’attenzione che Lei ha riservato al mio scritto, insieme ad una nutrita pattuglia di appassionati lettori, che mi hanno onorato del loro commento.
Tanto dimostra, pur nella veemenza dialettica e con diversificate eppure opposte opinioni, l’unanime amore per la storia patria, sostenuto da una forza dell’animo, da un attaccamento alla nostra Terra, che meriterebbe ben altri orizzonti e altri diversi condottieri. Oltre la forza del destino che non è immutabile.
Nel merito tecnico della sua osservazione, devo dire che sinceramente intendevo fermarmi al 1816 anche perché gli "spazi" ed i modi di un giornale e la sua stessa filosofia, non consentono di pubblicare lavori di lunghezza eccessiva, e l'articolo è stato giustamente ridotto, strada facendo.
E' risaputo che nel web un testo troppo lungo non viene letto: queste sono le esigenze e le meccaniche di un giornale on line, che dobbiamo accettare. Ugualmente un testo troppo complesso, mi ripeto, avrebbe disperso l'attenzione del lettore dall'obiettivo prefissato.
Quindi Le assicuro non è stata una dimenticanza, ma una scelta: del resto è evidente che per ogni frase dello scritto, è possibile scrivere un altro articolo di altrettante pagine.
Ma è giusto dare seguito alla Sua osservazione. Aggiungerò un ulteriore elemento di riflessione: è vero, il 10 luglio 1848, sull'onda degli eventi rivoluzionari, i capi dei secessionisti, ovvero il Governo rivoluzionario, quasi tutti appartenenti a nobili famiglie siciliane, chiamarono ed elessero re di Sicilia Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia, col nome di Alberto Amedeo I di Sicilia, il quale rinunciò al trono, ufficialmente per non abbandonare l'esercito piemontese impegnato nella guerra d’indipendenza, ma in realtà per non ostacolare il già delineato cammino dell’unità nazionale italiana da edificare sotto il regno del padre e poi del fratello maggiore Vittorio Emanuele II. Comunque nelle mani di un solo Savoia.
E’ mia opinione che a fronte della mancanza di un titolare della Corona, non sia “tecnicamente” possibile sostenere che nel 1848-49 sia stato ripristinato, né di fatto né di diritto, l’antico Regno di Sicilia insulare (ex Trinacria).
Dal punto di vista istituzionale va ricordato, in estrema sintesi, che il 25 marzo del 1848, a Palermo nella chiesa di S. Domenico, presenti il Senato, la Corte di Giustizia, gli ufficiali superiori dell'esercito, della marina e della Guardia nazionale, nonché numerosi vescovi, arcivescovi, abati e parroci, il corpo diplomatico e consolare, alla presenza di una grandissima moltitudine di cittadini, si era aperta una sessione del Generale Parlamento di Sicilia (e questo ricorda qualcosa ...), e si era quindi costituito il Governo nazionale alla cui "presidenza" era stato chiamato Ruggero Settimo. In una seconda seduta, detto Parlamento aveva stabilito che la Sicilia sarebbe stata governata in forma costituzionale (il termine parlamentare non era certo adeguato alla circostanza) e che sarebbe stato chiamato un principe italiano alla guida del regno secessionista, eletto re dei siciliani. Si guardava con favore ad un pricipe toscano o appunto ad un Savoia. Quindi durante la rivoluzione del 48-49 il governo dell'Isola fu affidato e rimase nelle mani del governo nazionale.
Grazie ancora per la partecipazione
Giuseppe Di Bella
Dott. di bella, la ringrazio per la risposta; capisco gli spazi di un articolo on line; comunque, ritornando al discorso del 1848, il governo rivoluzionario era reggente per conto della corona (che doveva essere trovata) e poi la costituzione del 1848 parla chiaro...
La vivacità e profondità culturale di questo dibattito, sono un conforto in quest'epoca di veline e grandi fratelli. I contenuti sono di massimo interesse per la grande capacità di sintesi dell'articolista e dei commentatori.
Complimenti alla testata per le scelte di ampio respiro culturale.
A questo proposito, noto con grande piacere che proprio la pagina di arte e cultura, e gli articoli storici, hanno avuto un incedere magnifico e di grande interesse in questi ultimi mesi.
Tre squilli di tromba per risvegliare le menti e le anime addormentate dei Siciliani. Noi siamo gli eredi della visione democratica ed illuminata della monarchia dei Normanni. Viva la Sicilia dei primati nel mondo, Viva la Sicilia mortalmente ferita da un branco di cialtroni e pure immortale.
(Decreto che autorizza il Ministro delle Finanze ad offrire in pegno ai mutuanti dello Stato gli argenti, le gemme, e gli oggetti preziosi delle chiese, conventi ec.
Palermo 3 settembre I848.)
PARLAMENTO GENERALE DI SICILIA
II Parlamento veduto il Decreto del 17 agosto 1848 . col quale il Ministro delle Finanze fu autorizzato a conchiudere, contrarre e realizzare all'estero, o in regno, un mutuo sino ad once un milione, e cinquecentomila,
Decreta:
Art. 1. II Ministro delle finanze è autorizzato ad offrire in pegno ai prestatori dimoranti in Regno gli argenti, le gemme, e gli altri oggetti preziosi delle chiese, dei conventi, de monisteri, e di tutti i luoghi pii, e corpi morali ecclesiastici o laicali.
note a margine
La continuità dinastica è opzione di garanzia della sovranità nazionale, ma non è LA sovranità nazionale.
L'invasione angioina trovò la resistenza di Manfredi, proseguì nella guerra del vespro, elaborò compromessi di real politic (pace di Caltabellotta), fino alla elaborazione psicologica della sconfitta. Fino cioè a recepire la giustificazione etno-geo-politica della divisione del Regno. La quale fu la semplice conseguenza di un atto di subita violenza.
L'unificazione delle due corone in quella di Alfonso il Magnanimo (1442) non considerò necessaria la riunificazione del Regno: la Spagna stessa era federazione di Regni. E Napoli e Sicilia erano Regni indipendenti a questa federati. (Una UE ante litteram).
La necessità di riunificare il Regno anche nella sua forma statuale (1816) è strettamente connessa alla formazione degli stati-nazione voluti e deliberati dal congresso di Vienna, ed imposti dalla evoluzione delle teorie mercantiliste e proto-capitaliste. Il riconoscimento internazionale dell'integrità territoriale del Regno sarebbe stata (e fu) garanzia di indipendenza. Né d'altronde l'unità formale fu pregiudizio delle autonomie locali: leggi diverse e distinta moneta permasero, come indenne la loro distinta dignità. (Sempre infatti i monarchi della dinastia Borbone si rivolse ai “propri popoli”, e mai “al mio popolo”).
Nel corso del IXI secolo, l'espansionismo britannico, per il monopolio degli zolfi ed il controllo del Mediterraneo necessario per il costruendo canale di Suez, si inventò dapprima l'indipendentismo siciliano, e poi l'unità italiana. (Non a caso i protagonisti del Regno indipendente (?) del 1848 sono gli stessi dell'unità italiana del 1860). Il costruito imbroglio produce ancora le proprie vittime! Come può ben riscontrarsi nei commenti che questo precedono.
Del nostro Regno (mono-siciliano, duo-partenosiciliano, trio-partenopugliesiciliano) si è persa la memoria. Ma non il mito. Che è componente necessaria -e presupposto giuridico- alla nostra indipendenza. Che non è semplice indipendenza statuale, come ci avvertono gli stati sovrani di mezzo mondo! Ma qualcosa di più, e di diverso: è indipendenza della persona. Nella sua distinta individualità, come nella coralità della comunità di cui è partecipe. Ma, come vi sarete accorti, questa è tutta un'altra storia. (o no?).
Una lode infine a chi ha provocato questo dibattito, con scienza e con coscienza, così da provocare l'impigrito uso dell'intelletto, e smuovere le stantie acque della dialettica. GRAZIE.
Placido Altimari www.officina667.net
PS la corona di Sicilia morirà con l'ultimo siciliano.
Pregiatissimo Signore,
Intanto la ringrazio per l’attenzione che Lei ha riservato al mio scritto, insieme ad una nutrita pattuglia di appassionati lettori, che mi hanno onorato del loro commento.
Tanto dimostra, pur nella veemenza dialettica e con diversificate eppure opposte opinioni, l’unanime amore per la storia patria, sostenuto da una forza dell’animo, da un attaccamento alla nostra Terra, che meriterebbe ben altri orizzonti e altri diversi condottieri. Oltre la forza del destino che non è immutabile.
Nel merito tecnico della sua osservazione, devo dire che sinceramente intendevo fermarmi al 1816 anche perché gli "spazi" ed i modi di un giornale e la sua stessa filosofia, non consentono di pubblicare lavori di lunghezza eccessiva, e l'articolo è stato giustamente ridotto, strada facendo.
E' risaputo che nel web un testo troppo lungo non viene letto: queste sono le esigenze e le meccaniche di un giornale on line, che dobbiamo accettare. Ugualmente un testo troppo complesso, mi ripeto, avrebbe disperso l'attenzione del lettore dall'obiettivo prefissato.
Quindi Le assicuro non è stata una dimenticanza, ma una scelta: del resto è evidente che per ogni frase dello scritto, è possibile scrivere un altro articolo di altrettante pagine.
Ma è giusto dare seguito alla Sua osservazione. Aggiungerò un ulteriore elemento di riflessione: è vero, il 10 luglio 1848, sull'onda degli eventi rivoluzionari, i capi dei secessionisti, ovvero il Governo rivoluzionario, quasi tutti appartenenti a nobili famiglie siciliane, chiamarono ed elessero re di Sicilia Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia, col nome di Alberto Amedeo I di Sicilia, il quale rinunciò al trono, ufficialmente per non abbandonare l'esercito piemontese impegnato nella guerra d’indipendenza, ma in realtà per non ostacolare il già delineato cammino dell’unità nazionale italiana da edificare sotto il regno del padre e poi del fratello maggiore Vittorio Emanuele II. Comunque nelle mani di un solo Savoia.
E’ mia opinione che a fronte della mancanza di un titolare della Corona, non sia “tecnicamente” possibile sostenere che nel 1848-49 sia stato ripristinato, né di fatto né di diritto, l’antico Regno di Sicilia insulare (ex Trinacria).
Dal punto di vista istituzionale va ricordato, in estrema sintesi, che il 25 marzo del 1848, a Palermo nella chiesa di S. Domenico, presenti il Senato, la Corte di Giustizia, gli ufficiali superiori dell'esercito, della marina e della Guardia nazionale, nonché numerosi vescovi, arcivescovi, abati e parroci, il corpo diplomatico e consolare, alla presenza di una grandissima moltitudine di cittadini, si era aperta una sessione del Generale Parlamento di Sicilia (e questo ricorda qualcosa ...), e si era quindi costituito il Governo nazionale alla cui "presidenza" era stato chiamato Ruggero Settimo. In una seconda seduta, detto Parlamento aveva stabilito che la Sicilia sarebbe stata governata in forma costituzionale (il termine parlamentare non era certo adeguato alla circostanza) e che sarebbe stato chiamato un principe italiano alla guida del regno secessionista, eletto re dei siciliani. Si guardava con favore ad un pricipe toscano o appunto ad un Savoia. Quindi durante la rivoluzione del 48-49 il governo dell'Isola fu affidato e rimase nelle mani del governo nazionale.
Grazie ancora per la partecipazione
Giuseppe Di Bella
"presenti il Senato, la Corte di Giustizia, gli ufficiali superiori dell'esercito, della marina e della Guardia nazionale, nonché numerosi vescovi, arcivescovi, abati e parroci"
Ma come, qualcuno qui non ha detto che la rivoluzione del 1848 era stata fatta contro la Chiesa? E questi vescovi, come hanno osato ribellarsi ai Borbone? Le cose non quadrano...
Qualcuno qui cerca di riscrivere la storia a suo piacimento, per paura che si scopra che la rivoluzione del 1848 la fecero i siciliani!
Grazie a Giuseppe Di Bella per gli interessantissimi dettagli!
sig. di bella, nel suo articolo ha dimenticato di inserire che nel 1848 l'antico regno di sicilia si ricostituisce per ben 16 mesi, prima che il "bubbone" se lo riprese sotto le sue grinfie...
Pregiatissimo Signore,
Intanto la ringrazio per l’attenzione che Lei ha riservato al mio scritto, insieme ad una nutrita pattuglia di appassionati lettori, che mi hanno onorato del loro commento.
Tanto dimostra, pur nella veemenza dialettica e con diversificate eppure opposte opinioni, l’unanime amore per la storia patria, sostenuto da una forza dell’animo, da un attaccamento alla nostra Terra, che meriterebbe ben altri orizzonti e altri diversi condottieri. Oltre la forza del destino che non è immutabile.
Nel merito tecnico della sua osservazione, devo dire che sinceramente intendevo fermarmi al 1816 anche perché gli "spazi" ed i modi di un giornale e la sua stessa filosofia, non consentono di pubblicare lavori di lunghezza eccessiva, e l'articolo è stato giustamente ridotto, strada facendo.
E' risaputo che nel web un testo troppo lungo non viene letto: queste sono le esigenze e le meccaniche di un giornale on line, che dobbiamo accettare. Ugualmente un testo troppo complesso, mi ripeto, avrebbe disperso l'attenzione del lettore dall'obiettivo prefissato.
Quindi Le assicuro non è stata una dimenticanza, ma una scelta: del resto è evidente che per ogni frase dello scritto, è possibile scrivere un altro articolo di altrettante pagine.
Ma è giusto dare seguito alla Sua osservazione. Aggiungerò un ulteriore elemento di riflessione: è vero, il 10 luglio 1848, sull'onda degli eventi rivoluzionari, i capi dei secessionisti, ovvero il Governo rivoluzionario, quasi tutti appartenenti a nobili famiglie siciliane, chiamarono ed elessero re di Sicilia Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia, col nome di Alberto Amedeo I di Sicilia, il quale rinunciò al trono, ufficialmente per non abbandonare l'esercito piemontese impegnato nella guerra d’indipendenza, ma in realtà per non ostacolare il già delineato cammino dell’unità nazionale italiana da edificare sotto il regno del padre e poi del fratello maggiore Vittorio Emanuele II. Comunque nelle mani di un solo Savoia.
E’ mia opinione che a fronte della mancanza di un titolare della Corona, non sia “tecnicamente” possibile sostenere che nel 1848-49 sia stato ripristinato, né di fatto né di diritto, l’antico Regno di Sicilia insulare (ex Trinacria).
Dal punto di vista istituzionale va ricordato, in estrema sintesi, che il 25 marzo del 1848, a Palermo nella chiesa di S. Domenico, presenti il Senato, la Corte di Giustizia, gli ufficiali superiori dell'esercito, della marina e della Guardia nazionale, nonché numerosi vescovi, arcivescovi, abati e parroci, il corpo diplomatico e consolare, alla presenza di una grandissima moltitudine di cittadini, si era aperta una sessione del Generale Parlamento di Sicilia (e questo ricorda qualcosa ...), e si era quindi costituito il Governo nazionale alla cui "presidenza" era stato chiamato Ruggero Settimo. In una seconda seduta, detto Parlamento aveva stabilito che la Sicilia sarebbe stata governata in forma costituzionale (il termine parlamentare non era certo adeguato alla circostanza) e che sarebbe stato chiamato un principe italiano alla guida del regno secessionista, eletto re dei siciliani. Si guardava con favore ad un pricipe toscano o appunto ad un Savoia. Quindi durante la rivoluzione del 48-49 il governo dell'Isola fu affidato e rimase nelle mani del governo nazionale.
Grazie ancora per la partecipazione
Giuseppe Di Bella
Se ha difficoltà a parlare del'argomento, si vede che deve cambiarlo.Capisco la volontà di delegittimazione nei miei confronti, dietro la quale ci sono evidenti interessi politici, ma vede a me non interessa nulla, a me interessa la cultura, che si fa con i documenti non con gli striscioni e le sciarpette, figuriamoci poi se mi metto a discutere con chi si permette di accusarmi di idolatria.
P.S. la Sicilia (anche se già lo era) si rese indipendente dal 1848 al 1849? questa si che si chiama secolarità
Io non cambio argomento, semplicemente non ne parlo con chi è ideologizzato come lei, per le ragioni che ho detto. Lei padronissimo di postare i suoi interventi, ci mancherebbe. Ma non può obbligare nessuno a risponderle e a dialogare con lei. Qui si parla di storia, non di riesumare uno stato che non ci potrà mai più essere. e che non c'è quasi mai stato.
Chi ha argomenti storici li ... tiri fuori. Chi non ne ha, ed ha invece solo politica da avanspettacolo da proporre taccia perché questa non è la sede adatta.
Noi siamo Siciliani. Non abbiamo niente da spartire con gli angioini di Napoli tranne che ci hanno sfruttati e basta. Noi siamo siciliani normanni/federiciani/aragonesi. Dal 1302 in poi siamo un altro regno, un altro popolo, un'altra corona con istituzioni diverse e leggi diverse. Non comprendo questo inutile sforzo di farci diventare Duosiciliani: inutile perché impossibile da sostenere, perché non vero.
sig. di bella, nel suo articolo ha dimenticato di inserire che nel 1848 l'antico regno di sicilia si ricostituisce per ben 16 mesi, prima che il "bubbone" se lo riprese sotto le sue grinfie...
L'un contro l'altro armato, come ci hanno sempre voluti tutti, spaventati da una eventuale unità d'intenti dei siciliani
E' difficile parlare pacatamente di storia con chi idolatra questo o quel periodo o regime. Per questo discutere con i neoborbonici (o neoborbonico?) è inutile. Non vale la pena ricordare i meriti del Regno delle Due Sicilie, perché non ne accetterebbe mai i limiti. Insomma sarebbe un dialogo tra uno che parla di storia e un altro che parla di politica, non può funzionare.
Comunque, uno stato esiste quando esistono leggi che si applicano in ogni sua parte. Ora, posto che il periodo "duosiciliano" sia stato l'eden perduto nella storia millenaria della Sicilia,questo periodo si riduce a 40 anni, meno dell'autonomia speciale.
I decreti dell'8 dicembre 1816 si limitarono ad alcuni provvedimenti formali ed amministrativi (l'ammainamento della bandiera della flotta di Sicilia, l'Aquila fridericiana, a favore del Giglio borbonico, e così via). Per avere una legge che per la prima volta, dai tempi di Carlo d'Angiò, si applicasse di qua e di là del Faro, si dovette aspettare il 1820. Fra queste, importanti, l'estensione dell'anagrafe e del codice ferdinandeo alla Sicilia. Curioso che uno dei meriti delle 2 Sicilie sia stato quello di estendere all'isola le conquiste della rivoluzione francese (che immagino per i borbonici siano il male assoluto). Bene, nel 1860 già Garibaldi scorrazzava per l'isola e il regime collassava (nessuno ne vuole parlar bene, si rilassi). Restano 40 anni, anzi 39, perché dal 1848 al 1849 la Sicilia si rese di nuovo indipendente (e sorvoliamo sul giudizio che lei ne darà, negativissimo sicuramente).
A questo punto possiamo aprire un discorso sereno sui pro e contra di quei 39 anni, ma non ne vedo l'attualità politica. Il fatto che il Regno delle 2 Sicilie abbia ereditato geopoliticamente confini e altro dai "Due" regni di Sicilia che c'entra? La secolarità del Regno delle 2 Sicilie è una bufala, il resto sono storie.
Se ha difficoltà a parlare del'argomento, si vede che deve cambiarlo.Capisco la volontà di delegittimazione nei miei confronti, dietro la quale ci sono evidenti interessi politici, ma vede a me non interessa nulla, a me interessa la cultura, che si fa con i documenti non con gli striscioni e le sciarpette, figuriamoci poi se mi metto a discutere con chi si permette di accusarmi di idolatria.
P.S. la Sicilia (anche se già lo era) si rese indipendente dal 1848 al 1849? questa si che si chiama secolarità
Signore,
non mi pare che qui qualcuno stia dicendo che il Regno delle Due Sicilie costituito nel 1816, è più vecchio del 1816.
Semmai si dice che il Regno delle Due Sicilie rappresenta la continuità storica dell'originale Regno di Sicilia, i cui padri fondatori sono i normanni e gli svevi, e che aveva infatti la stessa estensione del Regno delle Due Sicilie.
E' stata infatti detta una cosa incontrovertibile: il Regno di Sicilia originale ha i suoi confini in Abruzzo ed a quello e solo a quello è ispirato il Regno delle Due Sicilie.
Ciò che contraddistingue una nazione è la delimitazione dei suoi territori, mica la sua politica.
Seguendo il suo ragionamento, è come se dicesse che l'Italia cambi forma a seconda se salgono al potere i comunisti o i democristiani.
La invito approfondire bene prima la storia del Regno delle Due Sicilie prima di criticarla, ma le farò un solo appunto:
Ferdinando II non bombardò mai Messina, questa è un'altra bufala risorgimentale (che è stata peraltro già smentita); non lo dico io ma è scritto nei verbali di una delle sedute del Parlamento Siciliano, oltre che nei diari dei soldati presenti nel '48 a Messina. Invece sono poco noti i saccheggi effettuati nella Città dello Stretto dai mercenari stranieri che per la rivoluzione del '48 erano stati impiegati a migliaia, a spese delle argenterie delle chiese e dell'erario siciliano. La Sicilia che fino al 1848 era l'unica in Europa a non avere debito pubblico, dopo il 1848 fu costretta ad aprire un Gran Libro.
ma chistu non capìu nenti, allura...
si nega il bombardamenteo di messina e la rivoluzione del 1848?
si vede chiaramente che è un neoborbonico!
ANTUDO
E' difficile parlare pacatamente di storia con chi idolatra questo o quel periodo o regime. Per questo discutere con i neoborbonici (o neoborbonico?) è inutile. Non vale la pena ricordare i meriti del Regno delle Due Sicilie, perché non ne accetterebbe mai i limiti. Insomma sarebbe un dialogo tra uno che parla di storia e un altro che parla di politica, non può funzionare.
Comunque, uno stato esiste quando esistono leggi che si applicano in ogni sua parte. Ora, posto che il periodo "duosiciliano" sia stato l'eden perduto nella storia millenaria della Sicilia,questo periodo si riduce a 40 anni, meno dell'autonomia speciale.
I decreti dell'8 dicembre 1816 si limitarono ad alcuni provvedimenti formali ed amministrativi (l'ammainamento della bandiera della flotta di Sicilia, l'Aquila fridericiana, a favore del Giglio borbonico, e così via). Per avere una legge che per la prima volta, dai tempi di Carlo d'Angiò, si applicasse di qua e di là del Faro, si dovette aspettare il 1820. Fra queste, importanti, l'estensione dell'anagrafe e del codice ferdinandeo alla Sicilia. Curioso che uno dei meriti delle 2 Sicilie sia stato quello di estendere all'isola le conquiste della rivoluzione francese (che immagino per i borbonici siano il male assoluto). Bene, nel 1860 già Garibaldi scorrazzava per l'isola e il regime collassava (nessuno ne vuole parlar bene, si rilassi). Restano 40 anni, anzi 39, perché dal 1848 al 1849 la Sicilia si rese di nuovo indipendente (e sorvoliamo sul giudizio che lei ne darà, negativissimo sicuramente).
A questo punto possiamo aprire un discorso sereno sui pro e contra di quei 39 anni, ma non ne vedo l'attualità politica. Il fatto che il Regno delle 2 Sicilie abbia ereditato geopoliticamente confini e altro dai "Due" regni di Sicilia che c'entra? La secolarità del Regno delle 2 Sicilie è una bufala, il resto sono storie.
Si rilassi, qui si parla di Storia, non siamo in una tribuna politica dove l'avversario per vincere deve zittire l'altro, sia più democratico.
Più democratico o più monarchico??
Una polemica sterile: quanto sostenuto da Di Bella è poco opinabile: il regno aragonese di Trinacria e poi di nuovo di sicilia isola, è cosa diversa da quello continentale. Inutile insistere.
Si rilassi, qui si parla di Storia, non siamo in una tribuna politica dove l'avversario per vincere deve zittire l'altro, sia più democratico.
Una polemica sterile: quanto sostenuto da Di Bella è poco opinabile: il regno aragonese di Trinacria e poi di nuovo di sicilia isola, è cosa diversa da quello continentale. Inutile insistere.
Ognuno di quel 50nnio può dare l'interpretazione che ritiene: legittima la sua e altrettanto quella del Prof. Costa. Oggi la posta in gioco è ben altra. Sul piano dei fatti il Di Bella ha dimostrato che il Rd2 Sicilie non è più antico del 1816 e quanto detto da Costa lo ha rafforzato. Padronissimo di esserne nostalgico, anche se molti di quei primati non varcavano lo stretto, padronissimo. Ma rimpiangiamo anche il fatto che in quei cinquant'anni fu soppresso un Parlamento che aveva 8 secoli di storia? Rimpiangiamo le cannonate di Ferdinando II su Messina? Il fatto che non fu posato neanche un Km di ferrovia in Sicilia? Che i prodotti industriali siciliani pagavano dazio verso il Continente mentre quelli "napoletani" erano protetti? Neghiamo che ci furono ben 4 insurrezioni armate dei Siciliani contro Napoli? Tutte congiure massoniche? E quel temibile esercito che si fece comprare dalle piastre turche degli inglesi e di Garibaldi (di cui qua nessuno mi pare "innamorato")? Forse Costa ha sbagliato ad aggiungere un giudizio di merito pesante e diretto che ha pizzicato la sua sensibilità borbonica, che poteva tenersi per sé, ma per il resto non ha sbagliato di una virgola, ed è una persona molto colta che quando parla e scrive lo fa con cognizione di causa e per questo merita rispetto.
Signore,
non mi pare che qui qualcuno stia dicendo che il Regno delle Due Sicilie costituito nel 1816, è più vecchio del 1816.
Semmai si dice che il Regno delle Due Sicilie rappresenta la continuità storica dell'originale Regno di Sicilia, i cui padri fondatori sono i normanni e gli svevi, e che aveva infatti la stessa estensione del Regno delle Due Sicilie.
E' stata infatti detta una cosa incontrovertibile: il Regno di Sicilia originale ha i suoi confini in Abruzzo ed a quello e solo a quello è ispirato il Regno delle Due Sicilie.
Ciò che contraddistingue una nazione è la delimitazione dei suoi territori, mica la sua politica.
Seguendo il suo ragionamento, è come se dicesse che l'Italia cambi forma a seconda se salgono al potere i comunisti o i democristiani.
La invito approfondire bene prima la storia del Regno delle Due Sicilie prima di criticarla, ma le farò un solo appunto:
Ferdinando II non bombardò mai Messina, questa è un'altra bufala risorgimentale (che è stata peraltro già smentita); non lo dico io ma è scritto nei verbali di una delle sedute del Parlamento Siciliano, oltre che nei diari dei soldati presenti nel '48 a Messina. Invece sono poco noti i saccheggi effettuati nella Città dello Stretto dai mercenari stranieri che per la rivoluzione del '48 erano stati impiegati a migliaia, a spese delle argenterie delle chiese e dell'erario siciliano. La Sicilia che fino al 1848 era l'unica in Europa a non avere debito pubblico, dopo il 1848 fu costretta ad aprire un Gran Libro.
E' incredibile questa polemica sul Regno delle Due Sicilie: nasce nel 1816. e basta.
E' incredibile per chi tratta la storia come se fosse politica
La sua battuta goliardica che si ispira ad una celebre frase pronunciata dal replicante Batty (Rutgher Hauer) in punto di morte nel film Blade runner di Ridley Scott (1982), non è un valido contributo al serio dibattito che si è instaurato tra i lettori. Se l'argomento non la intriga, nessuno la obbliga ad intervenire. Se poi voleva essere un a risposta all'affermazione di altro lettore, cosa Le fa pensare che non scherzasse anche Lui?
Per esempio, il visionario intervento delle 20,40!
Concordo sul fatto che con la pace di Caltabellotta e poi con quella di Catania, si formi un nuovo e diverso Regno di Sicilia che nasce diverso tanto che il Papa insiste perché si chiami di Trinacria e non di Sicilia. Penso comunque che quando gli Aragonesi tradiscono il patto e tornano a rimescolare le carte, intendono proprio riappropiarsi di quel regno di Sicilia Angioino e poi lo faranno sul serio.
Federico III voleva riappropriarsi anche della parte continentale, che riteneva gli spettasse di diritto in quanto nipote di re manfredi, ma i feudatari siciliani dettero il loro appoggio solo per difendere l'isola dagli attacchi stranieri
Salve a tutti, leggo da Massimo Costa: "Il mito antistorico del Regno delle Due Sicilie che sarebbe più antico del 1816 non è sostenuto da nessuno storico serio ma solo dai circoli neoborbonici per portare acqua al loro mulino. Con tutta la simpatia per le loro buone intenzioni, va detto che quel Regno fu qualcosa di fragile, strutturalmente instabile, poliziesco e drammatico, e che fece una fine ingloriosa, rimpiangibile solo per le tremende spoliazioni del Mezzogiorno che seguirono la cosiddetta Unità d'Italia"
Il mito antistorico, come lo chiama il Sig. Costa, portò il Mezzogiorno d'Italia a divenire una delle potenze industriali d'Europa ed a possedere un temibile esercito peraltro noto per aver sconfitto quello austriaco e quello francese.
Due righe tanto per ricordare al sig. Costa qualche primato industriale a livello italiano delle Due Sicilie:
- il primo e più grande stabilimento ferroviario (Pietrarsa, nei pressi di Napoli) in cui lavorarono più di 2000 operai(parecchie erano le locomotive duosiciliane che venivano esportate perfino in Lombardia ed in Piemonte)
- la più grande industria siderurgica (Mongiana, in provincia di Vibo Valentia)
- La prima società di navigazione transatlantica, (I fratelli palermitani De Pace, che nel 1856 raggiunsero New York con il piroscafo "Sicilia". Nella città americana fu istituita la prima ambasciata italiana degli Stati Uniti, quella del Regno delle Due Sicilie)
E che dire della Fonderia Oretea che sorgeva a Palermo e contava fino al 1871 700 operai e produceva strumenti di precisione per macchine a vapore come pressostati, pressometri, manometri ecc.ecc. esportati in tutta Europa?
O della prima ferrovia italiana?O del primo cavo telegrafico sottomarino della penisola, posto in fondo allo stretto con tecnologia Made in Due Sicilie?
La verità è che in passato parecchie persone, dei quali diversi con accento siciliano, innamorati dell'Italia di Garibaldi, ma dotati di una visione miope della politica, consegnarono la nostra terra all'attuale presente fatto di mafia e corruzione.
infatti, il mezzogiorno d'italia, e manco tutto...
la sicilia era colonia prima e lo divenne ancora di più dopo!
Ma allora questo potente Regno delle Due Sicilie, perchè si arrese ad una banda di raccogliticci avventurieri in camicia rossa? Perché 25000 uomini lasciarono Palermo a Garibaldi senza combattere? Non è una domanda retorica: attendo una risposta da qualcuno.
Concordo sul fatto che con la pace di Caltabellotta e poi con quella di Catania, si formi un nuovo e diverso Regno di Sicilia che nasce diverso tanto che il Papa insiste perché si chiami di Trinacria e non di Sicilia. Penso comunque che quando gli Aragonesi tradiscono il patto e tornano a rimescolare le carte, intendono proprio riappropiarsi di quel regno di Sicilia Angioino e poi lo faranno sul serio.
Salve a tutti, leggo da Massimo Costa: "Il mito antistorico del Regno delle Due Sicilie che sarebbe più antico del 1816 non è sostenuto da nessuno storico serio ma solo dai circoli neoborbonici per portare acqua al loro mulino. Con tutta la simpatia per le loro buone intenzioni, va detto che quel Regno fu qualcosa di fragile, strutturalmente instabile, poliziesco e drammatico, e che fece una fine ingloriosa, rimpiangibile solo per le tremende spoliazioni del Mezzogiorno che seguirono la cosiddetta Unità d'Italia"
Il mito antistorico, come lo chiama il Sig. Costa, portò il Mezzogiorno d'Italia a divenire una delle potenze industriali d'Europa ed a possedere un temibile esercito peraltro noto per aver sconfitto quello austriaco e quello francese.
Due righe tanto per ricordare al sig. Costa qualche primato industriale a livello italiano delle Due Sicilie:
- il primo e più grande stabilimento ferroviario (Pietrarsa, nei pressi di Napoli) in cui lavorarono più di 2000 operai(parecchie erano le locomotive duosiciliane che venivano esportate perfino in Lombardia ed in Piemonte)
- la più grande industria siderurgica (Mongiana, in provincia di Vibo Valentia)
- La prima società di navigazione transatlantica, (I fratelli palermitani De Pace, che nel 1856 raggiunsero New York con il piroscafo "Sicilia". Nella città americana fu istituita la prima ambasciata italiana degli Stati Uniti, quella del Regno delle Due Sicilie)
E che dire della Fonderia Oretea che sorgeva a Palermo e contava fino al 1871 700 operai e produceva strumenti di precisione per macchine a vapore come pressostati, pressometri, manometri ecc.ecc. esportati in tutta Europa?
O della prima ferrovia italiana?O del primo cavo telegrafico sottomarino della penisola, posto in fondo allo stretto con tecnologia Made in Due Sicilie?
La verità è che in passato parecchie persone, dei quali diversi con accento siciliano, innamorati dell'Italia di Garibaldi, ma dotati di una visione miope della politica, consegnarono la nostra terra all'attuale presente fatto di mafia e corruzione.
Ognuno di quel 50nnio può dare l'interpretazione che ritiene: legittima la sua e altrettanto quella del Prof. Costa. Oggi la posta in gioco è ben altra. Sul piano dei fatti il Di Bella ha dimostrato che il Rd2 Sicilie non è più antico del 1816 e quanto detto da Costa lo ha rafforzato. Padronissimo di esserne nostalgico, anche se molti di quei primati non varcavano lo stretto, padronissimo. Ma rimpiangiamo anche il fatto che in quei cinquant'anni fu soppresso un Parlamento che aveva 8 secoli di storia? Rimpiangiamo le cannonate di Ferdinando II su Messina? Il fatto che non fu posato neanche un Km di ferrovia in Sicilia? Che i prodotti industriali siciliani pagavano dazio verso il Continente mentre quelli "napoletani" erano protetti? Neghiamo che ci furono ben 4 insurrezioni armate dei Siciliani contro Napoli? Tutte congiure massoniche? E quel temibile esercito che si fece comprare dalle piastre turche degli inglesi e di Garibaldi (di cui qua nessuno mi pare "innamorato")? Forse Costa ha sbagliato ad aggiungere un giudizio di merito pesante e diretto che ha pizzicato la sua sensibilità borbonica, che poteva tenersi per sé, ma per il resto non ha sbagliato di una virgola, ed è una persona molto colta che quando parla e scrive lo fa con cognizione di causa e per questo merita rispetto.
Penso che entro cinque anni ci saranno astronavi in fiamme ai bastioni di Orione.
La sua battuta goliardica che si ispira ad una celebre frase pronunciata dal replicante Batty (Rutgher Hauer) in punto di morte nel film Blade runner di Ridley Scott (1982), non è un valido contributo al serio dibattito che si è instaurato tra i lettori. Se l'argomento non la intriga, nessuno la obbliga ad intervenire. Se poi voleva essere un a risposta all'affermazione di altro lettore, cosa Le fa pensare che non scherzasse anche Lui?
Siamo alle solite: abbiamo un testo che finalmente racconta chiaramente e a tutti un fatto importante. Invece di cercare di capire ciò che è successo non facciamo altro che chiose marginali e disquisizioni opinabili su un passato possibile ed un futura sconosciuto o impossibile. Il solito vizio del tutti contro tutti, anche quando non è proprio il caso.
Penso che entro cinque anni ci saranno astronavi in fiamme ai bastioni di Orione.
Penso che entro cinque anni certa gentuzza che oggi sbandiera il tricolore, dirà di essere sempre stata fedele alla Trinacria.
Penso che fra 5 anni massimo ci sara` la nuova Repubblica Siciliana!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Penso che entro cinque anni ci saranno astronavi in fiamme ai bastioni di Orione.
Complimenti all'autore, è un articolo veramente completo e non è facile dovendo riassumere sette secoli di Storia. Tutti i siciliani dovrebbero conoscere la nostra storia millenaria, perché senza la conoscenza del passato è impossibile capire fino in fondo il presente e costruire un futuro migliore.
Mi permetto solo di precisare due piccole cose sull'articolo e alcuni commenti:
1) il titolo di Re di Gerusalemme divenne parte dei titoli della Corona con Federico II, in quanto sua moglie (una delle molte che ebbe) era l'ultima erede della dinastia che vi aveva regnato. Oltretutto Federico andò anche materialmente a riprendersi il trono durante la sesta crociata.
2) il passaggio dagli Hohenstaufen alla divisione Angioino/Aragonese non fu un evento a cui il papa fu estraneo limitandosi solo ad indicare un successore (comunque non valido visto che non approvato dal Parlamento)... il papa chiamò gli angioini a prendersi il trono con la forza mentre regnavano ancora legittimamente prima Manfredi e poi Corradino. Infatti i siciliani ribelli che avevano chiamato in loro soccorso gli Aragonesi furono scomunicati ben 90 anni per questo.
Pezzo impareggiabile, da insegnare nelle scuole, complimenti all'autore. Al quale perdoniamo qualche piccola inesattezza secondaria. Da vero pedante mi permetto di segnalarle, sapendo che la tesi sostenuta nell'articolo è solida anche senza queste pignolerie.
1° L'appartenenza amministrativa della Calabria al "Regno di Sicilia di Napoli" anziché a quello "di Trinacria" è più tarda di quanto si dice nell'articolo. Risale solo al 1302, al Trattato di Caltabellotta che poneva fine alla Guerra del Vespro. Sotto gli Altavilla e gli Hohenstaufen essa era legata amministrativamente al Regno di Sicilia in senso stretto e non alle corone "annesse" del Ducato di Puglia e del Principato di Capua (queste due rapidamente unificate amministrativamente nonostante la duplicità del titolo all'estinguersi della dinastia normanna capuana dei Drengot, già sotto Ruggero II). Agli albori (Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero I) la questione è più complicata e confusa ma non voglio qui tediare i lettori.
2° Il "Parlamento" del 1097 (Mazara) non era altro che un'assemblea di Conti (comites) come quelle che i sovrani normanni e vichinghi erano soliti tenere in Scandinavia, Inghilterra, Normandia, Islanda. Il vero Parlamento (il più grande dono della Sicilia al diritto pubblico ed alla costruzione dello Stato moderno) è quello di Palermo del 1130, 60 anni prima circa di quanto avvenne in Inghilterra, la "cugina" normanna d'Oltremanica con Giovanni Senza Terra, quando Ruggero II invitò a "discutere" la questione della trasformazione in Regno della Gran Contea anche i rappresentanti delle città demaniali. Con questo atto si crea il Parlamento in senso moderno, le cui funzioni legislative e finanziarie saranno rafforzate da Federico II. Ma è solo con la Rivoluzione del Vespro (meglio non dire "Vespri", quella è solo l'opera di Giuseppe Verdi) che la Sicilia diventa la prima monarchia costituzionale del mondo in senso proprio. Il re non può più approvare "donativi" o "bilanci" dello stato senza il parere parlamentare, non può più assumersi unilateralmente decisioni di politica estera (ma questa prerogativa sarà perduta dal secondo Quattrocento), associa definitivamente il Parlamento nella funzione legislativa (con le Costituzioni, di proposta governativa, tipo decreto legge, o con i Capitoli, di iniziativa parlamentare e ratifica regia) lasciandosi solo una potestà legislativa secondaria (le Prammatiche, simili ai moderni regolamenti e decreti attuativi di leggi); peraltro, quando sotto il Regno di Giovanni d'Aragona l'unione personale con l'Aragona fu resa "perpetua", con la conseguente rinuncia della Sicilia alla piena sovranità in politica estera, in cambio il re concesse l'istituto del "Vicerè proprietario" che non aveva più bisogno di consultarsi con il re su ogni questione, e con l'obbligo (per questi ma non per il re che però non interveniva mai) di sottoporre ad approvazione parlamentare persino le Prammatiche. Siamo praticamente alla fiducia parlamentare.
3° L'articolazione del Parlamento in 3 camere o Bracci è tarda, non prima della dinastia Aragona, su imitazione delle Cortes spagnole o, indirettamente, degli Stati generali francesi. Ma anche allora il Braccio Ecclesiastico non rappresentava il Clero in quanto tale ma i Comuni infeudati a principi ecclesiastici (vescovi o abati), così come il Braccio Militare rappresentava i Comuni infeudati a principi laici e quello Demaniale i liberi comuni (organizzati come piccole repubbliche, ciascuno con un proprio statuto o costituzione). Di fatto il Parlamento siciliano era la camera dei rappresentanti di una grande confederazione di stati, dove ogni comune, repubblicano o baronale, era considerato un vero e proprio stato a sé, persino con la propria amministrazione della giustizia di primo grado e la propria polizia.
4° L'attestazione di Carlo d'Angiò come "rex utriusque siciliae" confesso di non averla mai letta da nessuna parte, forse sbaglio io. Ho sempre letto che Carlo si sia fatto incoronare a Roma (rompendo la continuità con il passato, sia per la corona utilizzata, sia per la sede, sia per la mancanza di ratifica parlamentare) soltanto e semplicemente Re di Sicilia. I "due regni di Sicilia" sono semplicemente - credo - conseguenza del Vespro e del fatto che per 150 anni circa due dinastie (a Napoli e in Sicilia) rivendicavano lottando lo stesso titolo e quando, con l'appoggio dei Siciliani, Alfonso conquistò il Meridione, mantenne questo stato di fatto, lasciando in vita "due" regni di Sicilia e non "un" regno fantomatico delle due sicilie. Il titolo rex utriusque siciliae è sempre stato tradotto, re dei due regni di Sicilia e non re delle due Sicilie.
5° Il regno di Trinacria fu in realtà una creatura effimera: durò solo dal trattato di Caltabellotta (1302) a quando, pochi anni dopo, Federico III unilateralmente lo ruppe, associando il figlio Pietro al trono (ciò che non avrebbe potuto fare secondo il trattato) e riprendendo sic et simpliciter il titolo di "Re di Sicilia", causando sconcerto a Napoli che credeva di aver domato l'isola ribelle.
6° L'apostolica legazìa era solo relativa all'isola di Sicilia e mai al Continente, anche al tempo dei Normanni. Così la teorica dipendenza feudale della Sicilia dal Papa riguardava solo il Continente e mai la Sicilia, anche al tempo dei Normanni. La Sicilia ebbe la sua chiesa autocefala, all'orientale, sino al 1870 (legge delle guarentigie) e la componente bizantina si ridusse ai soli siculo-albanesi soltanto sul finire del XIX quando la diocesi basiliana di Messina fu definitivamente assorbita da quella latina lasciando all'arcivescovo dello Stretto il titolo onorifico di Archimandrita (che mantiene ancora, fossile di un'epoca in cui tutta la chiesa siciliana era di rito greco).
Sui tempi più recenti è tutto impeccabile.
Ed è alla base della irrisolta e contemporanea "Questione Siciliana" che ha portato allo Statuto speciale ed oltre. Ma su questo ci vorrebbe un altro articolo, per dimostrare che il "passato non passa" e che finché l'illegalità costituzionale non sarà ripristinata in Sicilia tanti discorsi non si leveranno facilmente.
Il mito antistorico del Regno delle Due Sicilie che sarebbe più antico del 1816 non è sostenuto da nessuno storico serio ma solo dai circoli neoborbonici per portare acqua al loro mulino. Con tutta la simpatia per le loro buone intenzioni, va detto che quel Regno fu qualcosa di fragile, strutturalmente instabile, poliziesco e drammatico, e che fece una fine ingloriosa, rimpiangibile solo per le tremende spoliazioni del Mezzogiorno che seguirono la cosiddetta Unità d'Italia. Dovrebbero fare come quei Toscani che ricordano con nostalgia le grandezze del Granducato ma generalmente riconoscono la pochezza degli ultimi sovrani austriacanti e delegittimati.
Semmai è vero il contrario. E cioè che in 54 anni le Due Sicilie non riuscirono mai a unificare i due vecchi regni, cugini ma divaricati da secoli: permasero ore legali diverse, dogane allo Stretto, unità di conto diverse (ma in parità fissa), leggi diverse (i siciliani non facevano, ad esempio, il servizio militare), sistemi metrici diversi, persino carte da gioco leggermente diverse (fino ad oggi) e diverse formule di cortesia (Vossìa vs. Voi).
Non me ne voglia, Di Bella, per quel che mi sono permesso di aggiungere. Il pezzo mi è piaciuto davvero ed ho grande stima di Lei.
Massimo Costa
Salve a tutti, leggo da Massimo Costa: "Il mito antistorico del Regno delle Due Sicilie che sarebbe più antico del 1816 non è sostenuto da nessuno storico serio ma solo dai circoli neoborbonici per portare acqua al loro mulino. Con tutta la simpatia per le loro buone intenzioni, va detto che quel Regno fu qualcosa di fragile, strutturalmente instabile, poliziesco e drammatico, e che fece una fine ingloriosa, rimpiangibile solo per le tremende spoliazioni del Mezzogiorno che seguirono la cosiddetta Unità d'Italia"
Il mito antistorico, come lo chiama il Sig. Costa, portò il Mezzogiorno d'Italia a divenire una delle potenze industriali d'Europa ed a possedere un temibile esercito peraltro noto per aver sconfitto quello austriaco e quello francese.
Due righe tanto per ricordare al sig. Costa qualche primato industriale a livello italiano delle Due Sicilie:
- il primo e più grande stabilimento ferroviario (Pietrarsa, nei pressi di Napoli) in cui lavorarono più di 2000 operai(parecchie erano le locomotive duosiciliane che venivano esportate perfino in Lombardia ed in Piemonte)
- la più grande industria siderurgica (Mongiana, in provincia di Vibo Valentia)
- La prima società di navigazione transatlantica, (I fratelli palermitani De Pace, che nel 1856 raggiunsero New York con il piroscafo "Sicilia". Nella città americana fu istituita la prima ambasciata italiana degli Stati Uniti, quella del Regno delle Due Sicilie)
E che dire della Fonderia Oretea che sorgeva a Palermo e contava fino al 1871 700 operai e produceva strumenti di precisione per macchine a vapore come pressostati, pressometri, manometri ecc.ecc. esportati in tutta Europa?
O della prima ferrovia italiana?O del primo cavo telegrafico sottomarino della penisola, posto in fondo allo stretto con tecnologia Made in Due Sicilie?
La verità è che in passato parecchie persone, dei quali diversi con accento siciliano, innamorati dell'Italia di Garibaldi, ma dotati di una visione miope della politica, consegnarono la nostra terra all'attuale presente fatto di mafia e corruzione.
Veramente interessante: complimenti a siciliainformazioni per l'alto profilo degli interventi che esulano spesso dalla vacuità dei nostri giorni.
I venti minuti che ho inpiegato nella lettura di questo pezzo, sono il miglior investimento che io abbia fatto negli ultimi anni: di quelli finanziari non ve ne parlo proprio.
Saluti
Grazie a Lei, Signor Di Bella, per le sue mirate puntualizzazioni. Del resto è vero, è ben difficile parlare giornalisticamente del passato, anche se Lei questa volta ci è riuscito in pieno, appassionando i lettori.
M.C.
complimenti per l'articolo all'autore ,grande divulgatore della storia patria siciliana, ed al direttore che ha creato questo "tpos" unico nella realta' siciliana dove si discute di tutto e soprattutto di storia siciliana ...la grande dimenticata dalla scuola pubblica(e' un caso ?).....luigi culmone naselli
Egregio Anonimo lettore,
Alle considerazioni esposte dal Signor Costa, aggiungo qualche ulteriore elemento:
E' antico uso di diritto e mai decaduto privilegio, poiché il titolo è elemento costitutivo delle monarchie e loro fondamento giuridico, quello di confermare e reiterare la propria (ritenuta) legittima pretesa di diritto su uno o più regni, con la conservazione del titolo anche se oggettivamente nominale. Questo anche nei confronti di regni che sono momentaneamente, transitoriamente e, anche apparentemente, "definitivamente" non esistenti di fatto.
La discrasia che Lei osserva, deriva appunto dalla non sempre esatta coincidenza tra la situazione di fatto e quella di diritto.
Che vi sia stata nei Secoli una certa tendenza a conservare titoli di fatto non più realistici, è conseguenza di un fatto politico, ma sopratutto della reversibilità dei fatti politici. I Savoia, non hanno mai rinunciato al titolo di Re d'Italia e nel momento in cui il nostro Paese tornasse ad essere una monarchia, essi sarebbero i legittimi re d'Italia.
Continuare a dichiararsi re di Gerusalemme era coerente in linea dinastica e qualora quel regno fosse stato ristabilito (ipotesi da non scartare neanche nel 1816) i pretendenti al trono (in questo caso due) avrebbero fatto valere, anche in sede di riconoscimenti internazionali, il loro diritto. Nel Congresso di Vienna, questi principi vennero applicati rigorosamente.
Pertanto tecnicamente è vero che la Corona di Gerusalemme era esclusivamente nominale fin dal XIII secolo, ma come vede a distanza di sei secoli era ancora contesa tra due case reali: questo da la misura di quanto realistica venisse al contrario considerata l'esistenza del relativo regno cristiano. Talvolta è difficile misurare gli avvenimenti storici col nostro metro moderno (che spesso risulta di 90 centimetri).
La Legazia di Sicilia, che via via aveva perduto rilievo per ovvie ragioni legate alla mutata situazione di fatto nell'Isola, perdura fino alla conquista di Roma da parte del Regno d'Italia, ovvero al 1870.
In questo momento, poichè la santa Sede non riconosce lo Stato italiano rectius la corona d'Italia, dobbiamo ritenere abolita di fatto la Legazia.
Nel Concordato del 1929, che ristabilisce i rapporti politici e che contiene il reciproco riconoscimento dei due Stati, non ritroviamo il ripristino di tale privilegio.
Infine per quanto alla sua affermazione "A me pare che questo si sia scelto quello che gli conveniva e cancellato il resto..." Da un punto di vista formale, l'utilizzo dell'aggettivo dimostrativo "questo" rivolto ad una persona non è molto simpatico, ed è in genere ritenuto "riduttivo" della persona o delle sue qualità, se non dispregiativo: non ritengo di aver commesso nefandezze "storiche" tali da meritare questa apostrofazione.
Dal punto di vista sostanziale la sua affermazione mi risulta incomprensibile perché la storia è quella che è, né io né Lei possiamo cambiarla, tanto meno cancellarla. Posso solo assicurarLe che ho cercato di svolgere l'argomento con spirito di servizio, senza preconcetti ed in tutta onestà: se ciò nonostante Lei rileva nel mio scitto elementi di faziosità, questo mi dispiace.
Le Invio Cordiali Saluti
Giuseppe Di Bella
MI dispiace che ci sia stato un frainteso: "questo" era riferito al primo Re delle Due Sicilie, che soppresse tutti i oneri (mi riferisco al parlamento siciliano) e si tenne gli onori (la prestigiosa corona di Gerusalemme e la Legatio), dimostrando di non avere alcun rispetto per la storia dei regni che pretendeva di condurre.
Grazie delle dettagliate spiegazioni.
Due domande per l'autore:
1) dal punto di vista giuridico, come può il primo re delle Due Sicilia al momento della fondazione ritenere anche il titolo di re di Gerusalemme, visto che quel titolo appartiene ad una corona non più esistente e si riferisce ad un territorio non più sotto il dominio suo effettivo?
2) Che fine fa a questo punto le Legatio?
A me pare che questo si sia scelto quello che gli conveniva e cancellato il resto...
Egregio Anonimo lettore,
Alle considerazioni esposte dal Signor Costa, aggiungo qualche ulteriore elemento:
E' antico uso di diritto e mai decaduto privilegio, poiché il titolo è elemento costitutivo delle monarchie e loro fondamento giuridico, quello di confermare e reiterare la propria (ritenuta) legittima pretesa di diritto su uno o più regni, con la conservazione del titolo anche se oggettivamente nominale. Questo anche nei confronti di regni che sono momentaneamente, transitoriamente e, anche apparentemente, "definitivamente" non esistenti di fatto.
La discrasia che Lei osserva, deriva appunto dalla non sempre esatta coincidenza tra la situazione di fatto e quella di diritto.
Che vi sia stata nei Secoli una certa tendenza a conservare titoli di fatto non più realistici, è conseguenza di un fatto politico, ma sopratutto della reversibilità dei fatti politici. I Savoia, non hanno mai rinunciato al titolo di Re d'Italia e nel momento in cui il nostro Paese tornasse ad essere una monarchia, essi sarebbero i legittimi re d'Italia.
Continuare a dichiararsi re di Gerusalemme era coerente in linea dinastica e qualora quel regno fosse stato ristabilito (ipotesi da non scartare neanche nel 1816) i pretendenti al trono (in questo caso due) avrebbero fatto valere, anche in sede di riconoscimenti internazionali, il loro diritto. Nel Congresso di Vienna, questi principi vennero applicati rigorosamente.
Pertanto tecnicamente è vero che la Corona di Gerusalemme era esclusivamente nominale fin dal XIII secolo, ma come vede a distanza di sei secoli era ancora contesa tra due case reali: questo da la misura di quanto realistica venisse al contrario considerata l'esistenza del relativo regno cristiano. Talvolta è difficile misurare gli avvenimenti storici col nostro metro moderno (che spesso risulta di 90 centimetri).
La Legazia di Sicilia, che via via aveva perduto rilievo per ovvie ragioni legate alla mutata situazione di fatto nell'Isola, perdura fino alla conquista di Roma da parte del Regno d'Italia, ovvero al 1870.
In questo momento, poichè la santa Sede non riconosce lo Stato italiano rectius la corona d'Italia, dobbiamo ritenere abolita di fatto la Legazia.
Nel Concordato del 1929, che ristabilisce i rapporti politici e che contiene il reciproco riconoscimento dei due Stati, non ritroviamo il ripristino di tale privilegio.
Infine per quanto alla sua affermazione "A me pare che questo si sia scelto quello che gli conveniva e cancellato il resto..." Da un punto di vista formale, l'utilizzo dell'aggettivo dimostrativo "questo" rivolto ad una persona non è molto simpatico, ed è in genere ritenuto "riduttivo" della persona o delle sue qualità, se non dispregiativo: non ritengo di aver commesso nefandezze "storiche" tali da meritare questa apostrofazione.
Dal punto di vista sostanziale la sua affermazione mi risulta incomprensibile perché la storia è quella che è, né io né Lei possiamo cambiarla, tanto meno cancellarla. Posso solo assicurarLe che ho cercato di svolgere l'argomento con spirito di servizio, senza preconcetti ed in tutta onestà: se ciò nonostante Lei rileva nel mio scitto elementi di faziosità, questo mi dispiace.
Le Invio Cordiali Saluti
Giuseppe Di Bella
Molto bello ed interessante: vorrei avere, se possibile, qualche notizia sul dipinto riprodotto.
Grazie
L'immagine è tratta da una cartolina in mio possesso, edita verosimilmente verso il 1918. A sua volta la cartolina è tratta da una tempera eseguita verso il 1900: non so se l'autore (la firma è interpretabile come R. Paliotti) abbia eseguito il dipinto perché se ne realizzasse il tampone della cartolina, oppure se l'opera nasce a prescindere dal suo utilizzo successivo.
Sarei propenso per la prima ipotesi, ovvero che al bravo bozzettista sia stata commissionata l'opera inquanto preordinata alla realizzazione di una cartolina. Per completezza devo ricordare che di questa cartolina esiste una versione precedente, databile attorno al 1905.
Cordiali saluti
G. Di Bella
Pezzo impareggiabile, da insegnare nelle scuole, complimenti all'autore. Al quale perdoniamo qualche piccola inesattezza secondaria. Da vero pedante mi permetto di segnalarle, sapendo che la tesi sostenuta nell'articolo è solida anche senza queste pignolerie.
1° L'appartenenza amministrativa della Calabria al "Regno di Sicilia di Napoli" anziché a quello "di Trinacria" è più tarda di quanto si dice nell'articolo. Risale solo al 1302, al Trattato di Caltabellotta che poneva fine alla Guerra del Vespro. Sotto gli Altavilla e gli Hohenstaufen essa era legata amministrativamente al Regno di Sicilia in senso stretto e non alle corone "annesse" del Ducato di Puglia e del Principato di Capua (queste due rapidamente unificate amministrativamente nonostante la duplicità del titolo all'estinguersi della dinastia normanna capuana dei Drengot, già sotto Ruggero II). Agli albori (Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero I) la questione è più complicata e confusa ma non voglio qui tediare i lettori.
2° Il "Parlamento" del 1097 (Mazara) non era altro che un'assemblea di Conti (comites) come quelle che i sovrani normanni e vichinghi erano soliti tenere in Scandinavia, Inghilterra, Normandia, Islanda. Il vero Parlamento (il più grande dono della Sicilia al diritto pubblico ed alla costruzione dello Stato moderno) è quello di Palermo del 1130, 60 anni prima circa di quanto avvenne in Inghilterra, la "cugina" normanna d'Oltremanica con Giovanni Senza Terra, quando Ruggero II invitò a "discutere" la questione della trasformazione in Regno della Gran Contea anche i rappresentanti delle città demaniali. Con questo atto si crea il Parlamento in senso moderno, le cui funzioni legislative e finanziarie saranno rafforzate da Federico II. Ma è solo con la Rivoluzione del Vespro (meglio non dire "Vespri", quella è solo l'opera di Giuseppe Verdi) che la Sicilia diventa la prima monarchia costituzionale del mondo in senso proprio. Il re non può più approvare "donativi" o "bilanci" dello stato senza il parere parlamentare, non può più assumersi unilateralmente decisioni di politica estera (ma questa prerogativa sarà perduta dal secondo Quattrocento), associa definitivamente il Parlamento nella funzione legislativa (con le Costituzioni, di proposta governativa, tipo decreto legge, o con i Capitoli, di iniziativa parlamentare e ratifica regia) lasciandosi solo una potestà legislativa secondaria (le Prammatiche, simili ai moderni regolamenti e decreti attuativi di leggi); peraltro, quando sotto il Regno di Giovanni d'Aragona l'unione personale con l'Aragona fu resa "perpetua", con la conseguente rinuncia della Sicilia alla piena sovranità in politica estera, in cambio il re concesse l'istituto del "Vicerè proprietario" che non aveva più bisogno di consultarsi con il re su ogni questione, e con l'obbligo (per questi ma non per il re che però non interveniva mai) di sottoporre ad approvazione parlamentare persino le Prammatiche. Siamo praticamente alla fiducia parlamentare.
3° L'articolazione del Parlamento in 3 camere o Bracci è tarda, non prima della dinastia Aragona, su imitazione delle Cortes spagnole o, indirettamente, degli Stati generali francesi. Ma anche allora il Braccio Ecclesiastico non rappresentava il Clero in quanto tale ma i Comuni infeudati a principi ecclesiastici (vescovi o abati), così come il Braccio Militare rappresentava i Comuni infeudati a principi laici e quello Demaniale i liberi comuni (organizzati come piccole repubbliche, ciascuno con un proprio statuto o costituzione). Di fatto il Parlamento siciliano era la camera dei rappresentanti di una grande confederazione di stati, dove ogni comune, repubblicano o baronale, era considerato un vero e proprio stato a sé, persino con la propria amministrazione della giustizia di primo grado e la propria polizia.
4° L'attestazione di Carlo d'Angiò come "rex utriusque siciliae" confesso di non averla mai letta da nessuna parte, forse sbaglio io. Ho sempre letto che Carlo si sia fatto incoronare a Roma (rompendo la continuità con il passato, sia per la corona utilizzata, sia per la sede, sia per la mancanza di ratifica parlamentare) soltanto e semplicemente Re di Sicilia. I "due regni di Sicilia" sono semplicemente - credo - conseguenza del Vespro e del fatto che per 150 anni circa due dinastie (a Napoli e in Sicilia) rivendicavano lottando lo stesso titolo e quando, con l'appoggio dei Siciliani, Alfonso conquistò il Meridione, mantenne questo stato di fatto, lasciando in vita "due" regni di Sicilia e non "un" regno fantomatico delle due sicilie. Il titolo rex utriusque siciliae è sempre stato tradotto, re dei due regni di Sicilia e non re delle due Sicilie.
5° Il regno di Trinacria fu in realtà una creatura effimera: durò solo dal trattato di Caltabellotta (1302) a quando, pochi anni dopo, Federico III unilateralmente lo ruppe, associando il figlio Pietro al trono (ciò che non avrebbe potuto fare secondo il trattato) e riprendendo sic et simpliciter il titolo di "Re di Sicilia", causando sconcerto a Napoli che credeva di aver domato l'isola ribelle.
6° L'apostolica legazìa era solo relativa all'isola di Sicilia e mai al Continente, anche al tempo dei Normanni. Così la teorica dipendenza feudale della Sicilia dal Papa riguardava solo il Continente e mai la Sicilia, anche al tempo dei Normanni. La Sicilia ebbe la sua chiesa autocefala, all'orientale, sino al 1870 (legge delle guarentigie) e la componente bizantina si ridusse ai soli siculo-albanesi soltanto sul finire del XIX quando la diocesi basiliana di Messina fu definitivamente assorbita da quella latina lasciando all'arcivescovo dello Stretto il titolo onorifico di Archimandrita (che mantiene ancora, fossile di un'epoca in cui tutta la chiesa siciliana era di rito greco).
Sui tempi più recenti è tutto impeccabile.
Ed è alla base della irrisolta e contemporanea "Questione Siciliana" che ha portato allo Statuto speciale ed oltre. Ma su questo ci vorrebbe un altro articolo, per dimostrare che il "passato non passa" e che finché l'illegalità costituzionale non sarà ripristinata in Sicilia tanti discorsi non si leveranno facilmente.
Il mito antistorico del Regno delle Due Sicilie che sarebbe più antico del 1816 non è sostenuto da nessuno storico serio ma solo dai circoli neoborbonici per portare acqua al loro mulino. Con tutta la simpatia per le loro buone intenzioni, va detto che quel Regno fu qualcosa di fragile, strutturalmente instabile, poliziesco e drammatico, e che fece una fine ingloriosa, rimpiangibile solo per le tremende spoliazioni del Mezzogiorno che seguirono la cosiddetta Unità d'Italia. Dovrebbero fare come quei Toscani che ricordano con nostalgia le grandezze del Granducato ma generalmente riconoscono la pochezza degli ultimi sovrani austriacanti e delegittimati.
Semmai è vero il contrario. E cioè che in 54 anni le Due Sicilie non riuscirono mai a unificare i due vecchi regni, cugini ma divaricati da secoli: permasero ore legali diverse, dogane allo Stretto, unità di conto diverse (ma in parità fissa), leggi diverse (i siciliani non facevano, ad esempio, il servizio militare), sistemi metrici diversi, persino carte da gioco leggermente diverse (fino ad oggi) e diverse formule di cortesia (Vossìa vs. Voi).
Non me ne voglia, Di Bella, per quel che mi sono permesso di aggiungere. Il pezzo mi è piaciuto davvero ed ho grande stima di Lei.
Massimo Costa
Egregio Signor Massimo Costa,
La ringrazio per l'attenzione che ha voluto dedicare al mio scritto e per le preziose note che ha aggiunto.
Come ho dichiarato in premessa, lo scopo dell'articolo era quello di ripercorrere attraverso gli ordinamenti dinastici, la storia della corona dell'Isola, per dimostrare infine la diversità del Regno delle Due Sicilie proclamato nel 1816, da ogni altra precedente corona.
Il pezzo ha carattere squisitamente divulgativo, non si citano documenti nuovi o poco conosciuti, o nuove teorie: nasce dalla constatazione, anche questa citata in premessa, dell'esistenza di una gran confusione su questo specifico punto, espressa da alcuni lettori che hanno commentato un precedente articolo (quello sul ponte di Messina).
Gli spazi tecnici di un giornale e la sua stessa filosofia, non consentono di pubblicare lavori di lunghezza eccessiva, e l'articolo, che originariamente constava di 25 cartelle, è stato da me stesso ridotto, strada facendo, a dodici. Per dare la misura delle difficoltà incontrate, Le confesso che quella pubblicata è la 15a versione dell'articolo, perché nessuna delle precedenti risultava adeguata a questo spazio o sufficientemente chiara.
Un testo troppo lungo non viene letto: queste sono (a torto o a ragione) le specifiche di un giornale on line. Ugualmente un testo troppo complesso avrebbe disperso l'attenzione del lettore dall'obiettivo prefissato.
Quindi scrivere di questi argomenti è molto difficile tecnicamente ed alcuni aspetti da Lei citati, non sono stati sviluppati per questi motivi.
Infatti a ben guardare, per ognuna delle sue note, occorerebbe un articolo a se. E per ogni frase dello scritto, è possibile uno sviluppo ... molto ampio. Me ne rendo conto, ma talvolta bisogna fare tagli dolorosi ai quali non vi sono alternative.
Nel merito, coerentemente a quanto sopra detto, per quanto attiene al Parlamento di Mazara del 1097, poichè appunto si tratta di una prima riunione con caratteristiche molto diverse da quelle che saranno poi enucleate nei secoli successivi, e che quindi si tratta di un parlamento nel senso antico e feudale del termine, ho ritenuto (per evitare una pagina di spiegazione e dopo non breve riflessione) di utilizzare l'indeterminativo "un" parlamento siciliano e non "il " parlamento siciliano" le cui specificità si consolideranno nei secoli successivi ed in epoca federiciana. Ugualmente per motivi sostanzialmente pratici si è evitato di fare la storia dei singoli Istituti e dunque il discorso sui tre Bracci è stato limitato all'essenziale.
Per quanto concerne Carlo d'Angiò, diversi autori e articoli riportano che proprio in occasione della sua investitura il papa sentì l'esigenza di precisare che Carlo diventava re di ambedue le Sicilie. Non sono in possesso del documento, ma reiteratamente viene riportato che proprio in questo atto si parla per la prima volta di Due Sicilie in senso geo politico.
La breve durata del Regno di Trinacria e il ritorno ad un Regno di Sicilia, che ora coincide con l'Isola geograficamente intesa è proprio il punto centrale dello scritto: è il momento in cui si evidenziano i due diversi regni di Sicilia.
Quindi non è importante la durata del regno di Trinacria, quanto il fatto giuridico e fondante che questo Regno era stato comunque riconosciuto come tale dalla Chiesa e dagli angioini, e che continua sotto altro nome.
Su tutti questi punti che precedono, viè comunque una sostanziale identità di vedute.
Ho qualche perplessità su quanto Lei evidenzia in merito alla Legazia Apostolica: che essa sia stata relativa solo all'Isola non vi sono dubbi, anche perchè il primo Legato venne spedito in Sicilia ai tempi di Ruggero I. Di contro ritengo che la stessa formazione del Regno porti la Sicilia nell'orbita del potere di investitura papale e dunque il suo placet alla pace di Caltabellotta e poi di Catania, è a mio parere, da ritenere essenziale ai fini della legittimazione giuridica della corona di Trinacria e poi di quella siciliana aragonese.
La ringrazio ancora per il pregevole contributo
e Le invio i più Cordiali Saluti
Giuseppe Di Bella
Due domande per l'autore:
1) dal punto di vista giuridico, come può il primo re delle Due Sicilia al momento della fondazione ritenere anche il titolo di re di Gerusalemme, visto che quel titolo appartiene ad una corona non più esistente e si riferisce ad un territorio non più sotto il dominio suo effettivo?
2) Che fine fa a questo punto le Legatio?
A me pare che questo si sia scelto quello che gli conveniva e cancellato il resto...
Mi permetto di rispondere io:
1) La Corona di Gerusalemme era nominale da quando nel XIII secolo era caduta la roccaforte crociata di S.Giovanni d'Acri. Ma comunque, teoricamente, era una corona a sé. I re di sicilia (entrambi) la rivendicavano e quindi la fusione delle due corone non poteva avere altro effetto su questo regno teorico. C'è da dire che anche i Savoia, da quando nel primo Settecento furono per breve tempo re di Sicilia (solo di "Trinacria"), presero questo titolo. E dopo il Congresso di Vienna anche i Re di Sardegna si consideravano Re di Cipro e di Gerusalemme. Se per avventura i re delle Due Sicilie prima della fusione fossero stati anche "re di Spagna" perché mai non avrebbero dovuto mantenere quest'"altra" corona in unione personale con quella nuova? La questione quindi è assolutamente fuori luogo.
2) Il Regno delle Due Sicilie era un nuovo stato sì ma uno stato risultante dalla "fusione" dei due precedenti. Come nelle fusioni societarie, la società di nuova costituzione eredita diritti ed obblighi delle partecipanti alla fusione, così avvenne e e avviene nella fusione di stati. Per questo la Legazìa durò oltre il 1816. Anche dopo il 1860 il Regno d'Italia ereditò personale, debito pubblico, patrimonio, demanio, trattati internazionali, etc. dagli stati preunitari, ma non per questo ne era una continuazione (semmai lo era del solo Regno di Sardegna). Persino la Legazìa Apostolica in Sicilia fu tenuta dal Regno d'Italia per 10 anni, ma non per questo si può dire che questo sia la stessa cosa del cessato Regno di Sicilia da cui aveva avuto origine. Anche questa questione quindi appare priva di fondamento.
MC
faccio una domanda: come mai i siciliani non conoscono la storia della loro terra?
meditate...
Non è facile rispondere: sono argomenti complessi, mal studiati e mal digeriti e in fin dei conti oltre ai pochi addetti ai lavori, la gente comune è più attratta da Noemi e dalle sue storie, da AMICi, grandi fratelli e lontani cugini: insomma da cose facili che non richiedono molta attenzione o studio piuttosto che ricerca. Peccato sono cose molto interessanti e di grande profondità. Queste letture rigenerano le sinapsi, stimolano il cervello sopito tra i tanti problemi della quotidianità.
All'estensore il mio ringraziamento per aver sintetizzato così efficacemente un discorso complesso, e devo dire mai chiaramente espresso in questo modo così divulgativo e semplice.
A siciliainformazioni un plauso per la scelta editoriale di favorire gli aspetti culturali, come prova il nucleo di articoli pubblicati in questi giorni sulla bellissima pagina arte e cultura.
Molto bello ed interessante: vorrei avere, se possibile, qualche notizia sul dipinto riprodotto.
Grazie
Pezzo impareggiabile, da insegnare nelle scuole, complimenti all'autore. Al quale perdoniamo qualche piccola inesattezza secondaria. Da vero pedante mi permetto di segnalarle, sapendo che la tesi sostenuta nell'articolo è solida anche senza queste pignolerie.
1° L'appartenenza amministrativa della Calabria al "Regno di Sicilia di Napoli" anziché a quello "di Trinacria" è più tarda di quanto si dice nell'articolo. Risale solo al 1302, al Trattato di Caltabellotta che poneva fine alla Guerra del Vespro. Sotto gli Altavilla e gli Hohenstaufen essa era legata amministrativamente al Regno di Sicilia in senso stretto e non alle corone "annesse" del Ducato di Puglia e del Principato di Capua (queste due rapidamente unificate amministrativamente nonostante la duplicità del titolo all'estinguersi della dinastia normanna capuana dei Drengot, già sotto Ruggero II). Agli albori (Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero I) la questione è più complicata e confusa ma non voglio qui tediare i lettori.
2° Il "Parlamento" del 1097 (Mazara) non era altro che un'assemblea di Conti (comites) come quelle che i sovrani normanni e vichinghi erano soliti tenere in Scandinavia, Inghilterra, Normandia, Islanda. Il vero Parlamento (il più grande dono della Sicilia al diritto pubblico ed alla costruzione dello Stato moderno) è quello di Palermo del 1130, 60 anni prima circa di quanto avvenne in Inghilterra, la "cugina" normanna d'Oltremanica con Giovanni Senza Terra, quando Ruggero II invitò a "discutere" la questione della trasformazione in Regno della Gran Contea anche i rappresentanti delle città demaniali. Con questo atto si crea il Parlamento in senso moderno, le cui funzioni legislative e finanziarie saranno rafforzate da Federico II. Ma è solo con la Rivoluzione del Vespro (meglio non dire "Vespri", quella è solo l'opera di Giuseppe Verdi) che la Sicilia diventa la prima monarchia costituzionale del mondo in senso proprio. Il re non può più approvare "donativi" o "bilanci" dello stato senza il parere parlamentare, non può più assumersi unilateralmente decisioni di politica estera (ma questa prerogativa sarà perduta dal secondo Quattrocento), associa definitivamente il Parlamento nella funzione legislativa (con le Costituzioni, di proposta governativa, tipo decreto legge, o con i Capitoli, di iniziativa parlamentare e ratifica regia) lasciandosi solo una potestà legislativa secondaria (le Prammatiche, simili ai moderni regolamenti e decreti attuativi di leggi); peraltro, quando sotto il Regno di Giovanni d'Aragona l'unione personale con l'Aragona fu resa "perpetua", con la conseguente rinuncia della Sicilia alla piena sovranità in politica estera, in cambio il re concesse l'istituto del "Vicerè proprietario" che non aveva più bisogno di consultarsi con il re su ogni questione, e con l'obbligo (per questi ma non per il re che però non interveniva mai) di sottoporre ad approvazione parlamentare persino le Prammatiche. Siamo praticamente alla fiducia parlamentare.
3° L'articolazione del Parlamento in 3 camere o Bracci è tarda, non prima della dinastia Aragona, su imitazione delle Cortes spagnole o, indirettamente, degli Stati generali francesi. Ma anche allora il Braccio Ecclesiastico non rappresentava il Clero in quanto tale ma i Comuni infeudati a principi ecclesiastici (vescovi o abati), così come il Braccio Militare rappresentava i Comuni infeudati a principi laici e quello Demaniale i liberi comuni (organizzati come piccole repubbliche, ciascuno con un proprio statuto o costituzione). Di fatto il Parlamento siciliano era la camera dei rappresentanti di una grande confederazione di stati, dove ogni comune, repubblicano o baronale, era considerato un vero e proprio stato a sé, persino con la propria amministrazione della giustizia di primo grado e la propria polizia.
4° L'attestazione di Carlo d'Angiò come "rex utriusque siciliae" confesso di non averla mai letta da nessuna parte, forse sbaglio io. Ho sempre letto che Carlo si sia fatto incoronare a Roma (rompendo la continuità con il passato, sia per la corona utilizzata, sia per la sede, sia per la mancanza di ratifica parlamentare) soltanto e semplicemente Re di Sicilia. I "due regni di Sicilia" sono semplicemente - credo - conseguenza del Vespro e del fatto che per 150 anni circa due dinastie (a Napoli e in Sicilia) rivendicavano lottando lo stesso titolo e quando, con l'appoggio dei Siciliani, Alfonso conquistò il Meridione, mantenne questo stato di fatto, lasciando in vita "due" regni di Sicilia e non "un" regno fantomatico delle due sicilie. Il titolo rex utriusque siciliae è sempre stato tradotto, re dei due regni di Sicilia e non re delle due Sicilie.
5° Il regno di Trinacria fu in realtà una creatura effimera: durò solo dal trattato di Caltabellotta (1302) a quando, pochi anni dopo, Federico III unilateralmente lo ruppe, associando il figlio Pietro al trono (ciò che non avrebbe potuto fare secondo il trattato) e riprendendo sic et simpliciter il titolo di "Re di Sicilia", causando sconcerto a Napoli che credeva di aver domato l'isola ribelle.
6° L'apostolica legazìa era solo relativa all'isola di Sicilia e mai al Continente, anche al tempo dei Normanni. Così la teorica dipendenza feudale della Sicilia dal Papa riguardava solo il Continente e mai la Sicilia, anche al tempo dei Normanni. La Sicilia ebbe la sua chiesa autocefala, all'orientale, sino al 1870 (legge delle guarentigie) e la componente bizantina si ridusse ai soli siculo-albanesi soltanto sul finire del XIX quando la diocesi basiliana di Messina fu definitivamente assorbita da quella latina lasciando all'arcivescovo dello Stretto il titolo onorifico di Archimandrita (che mantiene ancora, fossile di un'epoca in cui tutta la chiesa siciliana era di rito greco).
Sui tempi più recenti è tutto impeccabile.
Ed è alla base della irrisolta e contemporanea "Questione Siciliana" che ha portato allo Statuto speciale ed oltre. Ma su questo ci vorrebbe un altro articolo, per dimostrare che il "passato non passa" e che finché l'illegalità costituzionale non sarà ripristinata in Sicilia tanti discorsi non si leveranno facilmente.
Il mito antistorico del Regno delle Due Sicilie che sarebbe più antico del 1816 non è sostenuto da nessuno storico serio ma solo dai circoli neoborbonici per portare acqua al loro mulino. Con tutta la simpatia per le loro buone intenzioni, va detto che quel Regno fu qualcosa di fragile, strutturalmente instabile, poliziesco e drammatico, e che fece una fine ingloriosa, rimpiangibile solo per le tremende spoliazioni del Mezzogiorno che seguirono la cosiddetta Unità d'Italia. Dovrebbero fare come quei Toscani che ricordano con nostalgia le grandezze del Granducato ma generalmente riconoscono la pochezza degli ultimi sovrani austriacanti e delegittimati.
Semmai è vero il contrario. E cioè che in 54 anni le Due Sicilie non riuscirono mai a unificare i due vecchi regni, cugini ma divaricati da secoli: permasero ore legali diverse, dogane allo Stretto, unità di conto diverse (ma in parità fissa), leggi diverse (i siciliani non facevano, ad esempio, il servizio militare), sistemi metrici diversi, persino carte da gioco leggermente diverse (fino ad oggi) e diverse formule di cortesia (Vossìa vs. Voi).
Non me ne voglia, Di Bella, per quel che mi sono permesso di aggiungere. Il pezzo mi è piaciuto davvero ed ho grande stima di Lei.
Massimo Costa
Due domande per l'autore:
1) dal punto di vista giuridico, come può il primo re delle Due Sicilia al momento della fondazione ritenere anche il titolo di re di Gerusalemme, visto che quel titolo appartiene ad una corona non più esistente e si riferisce ad un territorio non più sotto il dominio suo effettivo?
2) Che fine fa a questo punto le Legatio?
A me pare che questo si sia scelto quello che gli conveniva e cancellato il resto...